Le tre grazie nell’immaginario pittorico romagnolo

Le Grazie sono figure mitologiche presenti nell’immaginario poetico, letterario e culturale, greco, romano e nei secoli fino a oggi. Raffigurate come tre giovani fanciulle nude, una al centro di spalle rivolta alle altre in posizione frontale: il modello è l’affresco pompeiano nel Museo di Napoli. Si presentano con il peso poggiato su una gamba bilanciata dall’inclinazione opposta della spalla che dà loro una posa elegante e molto naturale ancora oggi impiegata dai fotografi di moda. Allegoria di Castità, Bellezza e Amore, indicano la perfezione alla quale la donna, secondo la prospettiva classica, dovrebbe tendere, unita a un messaggio morale più ampio e profondo che emerge e si sviluppa nel neoplatonismo rinascimentale al quale si ispira Sandro Botticelli quando le inserisce velate e danzanti con l’enigmatico intreccio delle dita delle mani, nella “Primavera” agli Uffizi di Firenze.

Cinquant’anni dopo di lui Lucas Cranach il Vecchio ne dipinge una piccola serie alla quale si ispira con gioiosa impertinenza Lucio Bernardi (Santarcangelo di Romagna 1919 -2010). Artista poliedrico, «capace di assecondare e nutrire la propria naturale manualità con vivace e dinamica curiosità, vaga e mutevole fantasia ed estrosa, per non dire bizzarra, vena inventiva», come lo descrive Orlando Pieraccini sul catalogo della retrospettiva “Lucio Bernardi. A me gli occhi” del 2007 a Santarcangelo, curata con Silvia Baldini, edito dalla Pieve di Villa Verucchio.

Nei secoli altri importanti artisti immortalano la triade, fino alla rinascita del Neoclassicismo che pone al vertice della scultura Antonio Canova. L’artista di Possagno realizza due marmi molto simili, uno all’Ermitage di San Pietroburgo, l’altro condiviso fra la National Gallery of Scotland di Edimburgo e il Victoria & Albert Museum di Londra. Dedicato all’opera canoviana, il gruppo delle “Tre Grazie” per il giardino d’ingresso di Palazzo Cesarini a Fossombrone, sede dell’omonima quadreria, è l’omaggio di Angelo Biancini (Castel Bolognese 1911-1988), uno dei più autorevoli scultori e ceramisti a livello internazionale.

Un tema affascinante al quale non si sottraggono altri importanti artisti romagnoli. Grancesco Nonni (Faenza 1885- 1976) nel 1910 incide la tavola “Le tre Grazie” che ripropone nel gennaio 1925 sulla sua rivista “Xilografia”. Una rivisitazione di estrema eleganza grafica in perfetto stile Art Nouveau. Il bravo e riservato scultore Elio Morri (Rimini 1913-1992) realizza nel 1959 l’originale bronzetto che sembra più il pretesto per una nuova ricerca stilistica e lo studio di un più primitivo impiego dei materiali che la celebrazione del mito. Giulio Ruffini (Villanova di Bagnacavallo 1921 – Ravenna 2011), uno dei più significativi pittori nello scenario regionale, attualmente in mostra al Museo Civico delle Cappuccine di Bagnacavallo in occasione del centenario della nascita, disegna una delle sue simbologie fantastiche della storia d’Italia dal Ventennio a oggi: un trio di fanciulle ignude afflitte da mutilazioni con il viso celato da crini per pulcini di vimini intrecciati, contro uno sfondo che descrive la fine della civiltà contadina e le macerie di una nazione corrotta.

Irriverente come è sua abitudine, Tono Zancanaro (Padova 1906-1985), insegnante di incisione dal 1970 al 1977 all’Accademia di Belle Arti di Ravenna, uno dei più dotati del secondo dopoguerra in Italia, le raffigura inespressive e sfrontatamente rivolte all’osservatore, incorniciate da un tripudio di natiche e mezzelune.

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