Le sale cinematografiche e i primi litigi sulle pellicole

Riprendiamo il filo conduttore della “fotografia vivente”, che abbiamo lasciato nell’aprile del 1906 con l’arrivo del «grandioso e sfarzoso Cinematografo Europeo di Eugenio Dacomo» (Corriere Romagna, 23 febbraio 2021). Questo nuovo «prodigio della scienza» piace e conquista sempre più simpatizzanti, ma apre anche tante discussioni tra clericali e anticlericali. I “libertini” de La Riscossa, infatti, accusano i “papalini” de L’Ausa di influenzare le scelte dei cinematografari indirizzandole verso tematiche di carattere religioso, per nulla concilianti con il loro pensiero laico e politico.

Le polemiche – pane quotidiano dei romagnoli d’inizio secolo – affiorano in maniera decisa e pungente nel novembre del 1906 con la venuta a Rimini del «Grande Pettini». Le pellicole che questo cinematografo propone non soddisfano i «circoli progressisti» della città, che le giudicano addirittura «immorali» per il loro contenuto troppo ecclesiale. Di rimando i cattolici, attraverso il loro settimanale, rispondono che «se le proiezioni dovessero offendere la moralità», i primi a disapprovarle sarebbero proprio loro (L’Ausa, 17 novembre 1906). Un dialogo tra sordi, naturalmente, dato che è sul concetto di moralità che le opinioni non battono pari.

A partire dal 1907 si aprono in città le prime sale cinematografiche. Piccoli e rimediati locali che consentono di dare continuità alla programmazione degli spettacoli. In luglio si insediano due cinematografi: l’uno dei fratelli Canteri di Firenze in corso Umberto I, l’altro di Ottorino Bicchi in corso d’Augusto. I film, che vi si proiettano, spaziano liberamente dalla storia del passato alla vita di tutti i giorni, con intrecci narrativi a volte comici e fantasiosi a volte drammatici e realistici. L’Ausa il 15 giugno 1907 si preoccupa di questa varietà di proposte e torna a battere il tasto sulla opzione degli argomenti: «Nell’interesse morale del paese – afferma – e nell’interesse materiale degli imprenditori, noi raccomandiamo sopra tutto il più scrupoloso rispetto alla moralità».

In questo momento il cortometraggio è un’attrattiva di forte richiamo e gli ambienti dove andarlo a gustare sono sempre più accoglienti. Nel 1909 il «confortevole cinematografo Lux» propone rappresentazioni continue tutti i giorni dalle 17 alle 24 (Il Momento, 7 febbraio 1909), mentre «la magnifica e simpatica sala» dell’albergo Aquila d’Oro tutte le sere offre al pubblico «tre quarti d’ora di dilettevole spettacolo cinematografico» (La Riscossa, 22 maggio 1909)».

A partire dal 1910 le pellicole imboccano la strada della qualità con trame d’autore, registi competenti e artisti graditi al pubblico. I personaggi che si muovono nello schermo non hanno ancora il dono della parola, ma la musichetta di esperti strumentisti che accompagna dal vivo le loro azioni le rende ugualmente appetibili e avvincenti.

Il 17 dicembre 1910 i mazziniani de La Riscossa informano la cittadinanza che «finalmente è arrivata Francesca da Rimini», il cortometraggio tratto dall’opera letteraria di Gabriele D’Annunzio e per invogliare alla visione il gentil sesso avvertono che «nei giorni feriali è accordata alle Signorine la riduzione del 50% sull’ingresso ai primi e secondi posti». I cattolici de L’Ausa, che disapprovano il film, storcono il naso e non ne fanno menzione sulle loro colonne.

Nonostante i continui conflitti – ma forse proprio per questi – il cinema entra a far parte del costume della società. Non c’è sala parrocchiale che non disponga di un marchingegno per le proiezioni. In questi ambienti vige la separazione dei sessi con pomeriggi domenicali riservati ai maschi ed altri alle femmine. Anche alcuni circoli cittadini deliziano le loro festività con piacevoli filmine.

A incrementare la discussione tra clericali e anticlericali intorno a questa straordinaria scoperta del XX secolo si aggiungono anche gli aspetti organizzativi: battibecchi che spesso si colorano di ironia. Il 2 novembre 1912, per esempio, La Riscossa irride sulla chiusura del Cinematografo «clericale» Excelsior: «Gli affari – ammicca – erano magri… e i preti hanno recitato il De profundis». La risposta è altrettanto beffarda: «Il cinematografo dei repubblicani – dicono i clericali – è sfiorito prima ancora di germogliare», dato che «non ha mai avuto un inizio».

Nel giugno del 1913, lungo la via Gambalunga apre il Politeama Riminese con un cartellone ricco di commedie, operette, varietà e, ovviamente, film. Quella stessa estate una sala dello Stabilimento Bagni, accessoriata per le rappresentazioni, diviene Cinematografo Kursaal.

Nel novembre del 1914, i periodici riminesi danno ampio risalto all’apertura, nelle vicinanze del Cinema Iris, del Cinema Fulgor. Anche L’Ausa porge il benvenuto alla nuova struttura. Un locale, scrive il 14 novembre 1914, «veramente ricco e completo». I due aggettivi, tuttavia, si uniscono ad un auspicio: «sarebbe desiderabile che vi si dessero sempre spettacoli se non del tutto educativi, almeno decenti».

L’inaugurazione del Fulgor avviene in pompa magna con la proiezione del film Histoire d’un Pierrot. I giudizi sulla pellicola, anticipati dalla stampa, non sono tutti positivi: chi la valuta troppo sentimentale, addirittura lacrimevole, e chi invece ne apprezza l’originalità. Protagonista dell’Histoire è Francesca Bertini (1892-1985), bella e brava attrice, ammirata per il fascino dello «sguardo acceso e intenso». Caratteristiche, queste, che i riminesi – purtroppo – non riescono a scorgere a causa del costume da Pierrot imposto all’artista. La sua interpretazione, tuttavia, soddisfa in pieno; alcuni la ritengono addirittura «ma

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