Le persone con un mondo dentro di loro che però si è inceppato

Alcuni vivono soli, oppure in famiglia o con un parente, altri in un gruppo-appartamento con un educatore H24, altri ancora l’educatore lo vedono un paio di ore tutti i giorni: sono 80 i pazienti seguiti da La Ginestra, una cooperativa Sociale che lavora a stretto contatto con il CSM di Rimini nell’ambito della riabilitazione psichiatrica. Sono uomini e donne, giovani e meno giovani, ognuno con la propria storia e le proprie esperienze.

«Non mi piace la parola ‘paziente’, perché mi fa pensare a uno che stia lì a subire le azioni degli altri – racconta Massimo Antidormi, educatore professionale Socio Pedagogico che svolge lavoro domiciliare per la cooperativa -. Preferisco chiamarle ‘persone che soffrono di un disturbo mentale’».

Si tratta di disturbi psichiatrici dalle numerose conseguenze. «Spesso sono tanti gli ambiti compromessi, come la sfera cognitiva, il comportamento, le emozioni, la possibilità di instaurare e mantenere relazioni, la capacità lavorativa. Insomma, tutta la loro quotidianità. Il compito dell’educatore consiste nel contenerli, nello stimolarli, nel far riemergere le autonomie, nel farli socializzare in vista di un reinserimento lavorativo e sociale quando è possibile. Con ognuno di loro il percorso è diverso, ma gli elementi che accomunano i percorsi di tutti sono la capacità di accogliere, di ascoltare e di non giudicare che chi lavora con loro deve possedere».

Sono tante le situazioni da trattare. «Carlo (nome di fantasia, come i prossimi) aspetta tutti i giorni con eccitazione che ‘le signorine della TV’ vadano a casa sua. Quando mi vede, mi chiede quando arriveranno. Io potrei rispondergli che non accadrà mai, ma sarebbe come se qualcuno ci dicesse che non è aria quella che respiriamo; oppure posso ascoltarlo, riportare su di lui quel desiderio, dirgli che riguarda lui e non gli altri. Forse è proprio quel desiderio che lo tiene vivo, lui che ha 52 anni e che soffre di disturbi psichiatrici da quando ne aveva 30».

Mezzo secolo fa Carlo sarebbe stato rinchiuso in manicomio. «Vive a casa sua, ha una badante, due nipoti che lo vanno a trovare, l’educatore del CSM e io che passo un’ora con lui tutti i giorni. Carlo una volta amava la musica rock, i Led Zeppelin in particolare, e andare in bicicletta. Dopo anni è tornato finalmente a fare un giro in bici e a strimpellare la chitarra. Questi sono grandi risultati per chi fa fatica anche a vestirsi».

Spesso il problema è l’emarginazione. «Molti li definiscono ‘matti’, ma sono persone come noi, estremamente fragili e sensibili, che possiedono un mondo dentro di loro, un mondo che si è inceppato».

A volte il lavoro consiste nel contenere le emozioni. «Gabriele ha 48 anni ed è un omone di 1.90, con la testa rasata e la barba. La prima volta che l’ho visto mi ha fatto una certa impressione, anche perché lui è molto arrabbiato, talvolta diventa aggressivo. Ha una storia difficile con la propria famiglia. All’inizio era burbero con me, io lo osservavo, ascoltavo, cercavo di capirlo. Ci vuole tempo, pazienza e rispetto per i vissuti di queste persone. Gabriele ama i film polizieschi e legge Agatha Christie. Spesso ci mettiamo in due a risolvere i casi».

Importante è far riemergere le autonomie, come alzarsi dal letto e lavarsi. «Andrea ha 54 anni e soffre di depressione cronica. Aveva una vita normale, ma poi una serie di traumi lo hanno ‘costretto’ a letto. Ultimamente quando vado a trovarlo è lì ad aspettarmi. Andrea quando sta veramente male diventa catatonico. Da ragazzino gli piaceva lo sport, faceva il portiere. Giorni fa gli ho portato una palla, ma non i guanti, ‘non mi servono, voglio fare l’attaccante’ mi ha detto. Usciamo spesso a giocare. Ora ha una passione per il fresbee e per gli aquiloni».

Altre volte si tratta di dare sostegno. «Giovanni è arrivato in Romagna una decina di anni fa. È scappato da un padre che voleva che suo figlio prendesse il suo posto e diventasse un contadino. Ma Giovanni proprio non voleva e così di notte scappava e andava a guardare i trattori di suo padre, quelli sui quali non voleva salire, ma che voleva costruire. Giovanni voleva diventare un ingegnere. Ora vive da solo, il mio nei suoi confronti è un accompagnamento. Lo assisto nella gestione delle sue cose, lo sostengo, cercando di renderlo autonomo ogni giorno di più».

Un lavoro importante quello di chi si prende cura. «È come se avessi in mano uno scalpellino con il quale tirar via una crosta rocciosa. Il mio lavoro è un viaggio bellissimo. Sento di avere a che fare con delle persone dall’anima delicata».

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