Le notizie sui social e la “libera bufala”

Era l’estate del 2002. La prima da cronista al Corriere Romagna. E ricordo ancora l’amara risata del commissario di polizia dall’altro capo del telefono. Lo avevo appena chiamato per verificare una notizia che da un paio di giorni girava di bocca in bocca nei bar di Ravenna: sembrava che una donna, una rom, avesse tentato di rapire una bambina al Lidl. Ma la madre, per fortuna, l’aveva ritrovata giusto in tempo, era in bagno dove le avevano già rasato i capelli. La rom era poi scappata evitando il linciaggio.

Il commissario ascoltò in silenzio la storia, poi rise e mi ammonì: «Ricordati che questa storia viene fuori a giugno, ogni anno, quando si chiudono le scuole. Non chiedermi perché, ma è solo una grandissima corbelleria». E diciamo che non disse proprio corbelleria.

Ovviamente non scrivemmo una riga e nessun lettore ravennate pensò che quella storia fosse vera. Tranne quelli dei bar che, all’epoca (come ricordò in seguito Umberto Eco) non avevamo ancora diritto di parola fuori dai bar.

Ieri a 17 anni di distanza, – come ogni giugno che si rispetti e incurante degli stravolgimenti climatici – riecco la bufala della rom ladra di bambini.

Una fake news che per tutta la giornata venerdì ha viaggiato in quel verminaio senza controllo che è Facebook, prima di infettare le chat Whatsapp di genitori e affini. Il tutto creando inutili ansie e gratuiti odi e confermando, ancora una volta, la tesi di Goebbels per cui “una verità è solo una bugia ripetuta un milione di volte”.

La versione 2019 della bufala cambiava giusto la location: non più il Lidl ma l’Esp, restavano invece i rom: un affidabile additivo all’indignazione collettiva.

Ma in tutta questa vicenda la vera novità non è la falsa notizia, quella circola appunto almeno dal 2002, ma la smentita.

Venerdì sera, infatti l’Esp di Ravenna, si è sentito in dovere di smentire la bufala con un post pubblicato su Facebook. E in sostanza per la prima volta abbiamo assistito a una smentita a una notizia che nessun organo di stampa aveva pubblicato. Il che vuol dire che venerdì, dalle 10 del mattino alle 18 circa, questa comunità è stata evidentemente abbeverata e fomentata con una notizia non mediata e non verificata da nessun organo di stampa qualificato (e nemmeno da quella marea di siti gratuiti che nella maggior parte dei casi si limitano a copia incollare comunicati stampa e le notizie trovate dai quotidiani il giorno prima).

La fantomatica rom dell’Esp ci consegna in sostanza una consapevolezza amara: esiste ormai un flusso informativo che esula da ogni controllo professionale e deontologico.

Ma nel bagno dell’Esp troviamo anche, in tutta la sua potenziale pericolosità, il miserabile risultato della tanto agognata “libera informazione del web”. Quella scritta non dai giornalisti pennivendoli schiavi dei poteri forti e di Soros, ma dalla non meglio specificata “gente”.

Appare così evidente che quello che qualcuno spacciava furbescamente come un futuro di libertà è in realtà solo la triste fine di un diritto. Il diritto a un’informazione corretta.

A quella parte di politica che ambisce a tutto questo, tale condizione servirà a slegare il proprio operato politico dai vincoli della critica e del controllo in una dimensione epurata dal dissenso e fatta solo di server della gleba a cui rendere (eventualmente) conto.

Ai cittadini che credono che per essere informati serva solo un wi fi verrà invece paradossalmente servito il conto (salatissimo) dell’informazione a costo zero.

Eccolo quel conto.

Bufale con cui riempire il proprio carrello in quel supermercato del falso h 24 che sono diventati i social; dove nei bagni i rom tagliano i capelli alle bambine, dove la menzogna è in perenne offerta 3×2 e l’odio è sempre in omaggio.

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