Le “magagne delle sottane nere” e i “soprusi dei senzadio”

Alle elezioni del 15 maggio 1921 Riccione e San Lorenzo in Strada hanno come scelta elettorale un ventaglio di cinque formazioni politiche: la socialista, la comunista, la popolare, la repubblicana e la liberal-nazionalista. Nelle due borgate, considerate le più “rosse” del riminese, primeggiano i partiti di Sinistra e la loro corsa al voto si svolge con comizi e raduni spettacolarizzati da imponenti sfilate di militanti e da gran sventolio di bandiere. Interpreti da sempre del disagio che colpisce il proletariato, i socialisti e i comunisti non tollerano voci discordanti alle loro proposte e quando ciò accade si sentono sistematicamente in dovere di disturbare gli avversari e persino di impedirne gli incontri.

I popolari, alle prime armi con la politica, hanno molte difficoltà a divulgare il proprio pensiero all’aperto e i loro convegni avvengono col passaparola e in sordina. Eppure, nonostante certe timidezze, i “cattolici”, cioè i seguaci di don Luigi Sturzo (1871-1959), sono gli unici a contrastare l’irruenza dei “progressisti”, dato che i repubblicani sono completamente assenti, mentre i liberal-nazionalisti hanno scarsi sostenitori.

La discussione e il confronto delle idee tra i partiti avviene soprattutto sui giornali locali e tra questi per vivacità e passione dialettica si distinguono Germinal, «organo dei seguaci del bolscevismo» e L’Ausa, «bollettino delle beghine». Il primo periodico tiene informati i propri lettori sulle «magagne delle sottane nere», il secondo documenta i «soprusi dei senzadio». Già da questi assaggi linguistici si percepisce il tono della polemica.

A Riccione i socialisti dispongono di una Sezione con dirigenti di partito abili al dialogo e ben collaudati alle schermaglie elettorali e di un apparato di attivisti folto e motivato; i popolari, invece, bazzicano solo la sagrestia della chiesa di San Martino; ma il “mite” e prudente don Agostino Magnani, poco propenso a perdersi negli intrichi della politica, non è in grado di dare un apporto al movimento. Chi intende approfondire e argomentare i postulati sturziani converge a San Lorenzo in Strada, dove il “battagliero” don Giovanni Montali – parroco dalla «antichissima chiesa» sulla via Flaminia distrutta dal terremoto del 1916 –, a differenza di don Agostino, è molto alacre nel promuovere le istanze popolari. Uomo di fede, di idee e di intelletto, don Giovanni ama la politica e da romagnolo schietto e sanguigno la pratica senza titubanze e compromessi; è un buon parlatore e la gente lo ascolta e lo segue volentieri. È abile anche con la penna: la maggior parte delle “corrispondenze” che provengono da San Lorenzino e che troviamo su L’Ausa, portano la sua firma. Trafiletti al vetriolo, naturalmente, che innervosiscono i «sinistri».

Non potendo allestire manifestazioni di piazza, che indurrebbero gli oppositori a scomposte reazioni, il parroco di San Lorenzo orienta la campagna propagandistica del pipì – termine usato per indicare il partito popolare – sugli incontri conviviali: cene e “caminetti”. In aprile in collaborazione con Cesare Bianchini e Giovanni Papini, due possidenti terrieri, don Giovanni organizza un meeting di coloni e operai in una osteria del luogo. Relatori della serata, sono l’avvocato Giovanni Braschi e Giuseppe Babbi. La cronaca di questa riunione ce la riferisce, condita al peperoncino rosso, Germinal. Vale la pena di leggerla, anche perché oltre alla normale rivalità dialettica, in questo stelloncino – che sigilla la nostra “Pagina” del martedì – ritroviamo lo spirito combattivo e ironico del tempo. «I nostri pretonzoli – commenta il periodico socialista il 23 aprile 1921 – cominciano il loro lavoro elettorale a base di maccheroni e vino di così… triste memoria facchinettiana. E difatti sabato sera 9 corrente nell’Osteria Conti di San Lorenzino, alcuni lavoratori hanno abboccato all’amo e si sono riuniti in poco fraterno banchetto col parroco del luogo e coi padroni Bianchini Cesare e Papini Giovanni. A questi si è aggiunta una squadra di pipì riminesi, capitanata dall’avv. Braschi e dal Babbi della minoranza consigliare di Rimini. Ma la maccheronata che doveva essere senza alcun scopo politico, si risolve in una serata di propaganda elettorale in base a denigrazioni sfacciate fatte all’opera del nostro partito e del Comune socialista, denigrazione alla quale si abbandonò il Babbi, specialista in velenosità contro i socialisti. Mentre ciò si svolgeva nei locali superiori dell’osteria, al piano terra eransi raccolti diversi lavoratori di quella località che commentavano quanto avveniva di sopra, dove gli avversari del partito socialista, con una maccheronata tentavano accattivarsi le simpatie di quegli operai. Finalmente i banchettanti scesero e l’avv. Braschi, spalleggiato dal prete e dai signorotti locali, invitato dai nostri compagni a parlare, accolse l’invito e tentò una lunga disquisizione storica sul Cristianesimo ecc. ecc. Disse anche che alla Camera i deputati socialisti poco hanno fatto; solo sono stati capaci di farsi aumentare l’indennità. Ma l’avv. Braschi non disse che l’indennità fu votata anche dai deputati del pipì i quali per giunta votarono a favore dell’aumento del prezzo del pane. Efficacemente risposero all’avvocato del pipì i compagni Semprini, Righetti e Fabbri Daniele, i quali con argomentazioni solide dimostrarono ai lavoratori che il Partito Socialista solamente sa difendere e tutelare gli interessi delle masse, mentre il partito dei preti, tenta di cogliere la buona fede dei lavoratori per aggiogarli al carro padronale e farne degli schiavi, tali come erano diversi anni fa. I compagni nostri furono applauditissimi ed il povero avvocato se ne ritornò con le pive nel sacco salutato dal canto di Bandiera Rossa e dal grido di Viva il socialismo».

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