Le impegnative “trasferte” delle guardie-pompieri

Il motto che Elia Testa, solerte comandante delle guardie-pompieri di Rimini e artefice della loro nascita e della loro efficienza (si veda il Corriere Romagna del 1 e 8 giugno 2021) ha impresso al gruppo è «Sempre e Dovunque». E sempre e dovunque, quando c’è bisogno, lui e i suoi uomini sono presenti, sia che si tratti di incendi, di inondazioni o di terremoti.

Già, i terremoti! Parliamone. A pochi giorni dal varo della riforma del servizio antincendio, un’immane sciagura tiene a battesimo il corpo delle “guardie-pompieri” di Rimini. Il 28 dicembre 1908 una terrificante onda sismica accompagnata da ripetute scosse si abbatte sulla Calabria e sulla Sicilia. Il movimento tellurico raggiunge il decimo grado della scala Mercalli e provoca una tragedia di proporzioni bibliche: trecento comuni colpiti e centocinquantamila vittime. Messina completamente distrutta.

La notizia della catastrofe, diffusa per telegrafo, fa scattare immediatamente la catena della solidarietà e gli aiuti arrivano da tutto il mondo. Anche Rimini risponde all’appello. La sera del 30 dicembre una squadra di soccorso agli ordini di Elìa Testa parte per le zone terremotate. A questo gruppo composto dal comandante e da quattro “guardie-pompieri” – il vice brigadiere Amilcare Vivarelli e i vigili Carlo Generali, Pietro Giannini e Adolfo Maini –, si aggregano l’assessore comunale Adauto Diotallevi, il presidente dell’Associazione medica riminese Felice Pullè, il dottor Gaetano Bonini per il sottocomitato della Croce Rossa Italiana, il prof. Francesco Zavagli e il “civile” Vittorio Fossacecchi (L’Ausa, 16 gennaio 1909).

Inseriti nel gruppo dei Pompieri dell’Emilia e della Romagna, i riminesi si trattengono nelle zone sinistrate fino al 10 gennaio 1909. «Instancabili – riferisce la Relazione della Giunta municipale (VGCR, 1909) –, si muovono tra le rovine, i muri pericolanti e le voragini; soccorrono i feriti, liberano i sepolti, recuperano le salme, portano una parola di conforto ai vivi che si aggirano disperati in quell’inferno». Il 9 gennaio 1909 L’Ausa, elogia l’«opera valorosa» dei «nostri volontari» e si dilunga nel raccontare i difficili salvataggi compiuti tra le macerie.

Dopo il cataclisma di Messina, arriva quello degli Abruzzi. Il 13 gennaio 1915 un tremendo sisma si abbatte sull’Italia centrale: interi paesi sono rasi al suolo. Il comandante Elia Testa non perde tempo: ricevuta la notizia, raduna in caserma le guardie-pompieri, fa appello alla fratellanza e allo spirito di sacrificio e le invita a formare la squadra di soccorso. Tutti si offrono volontari. Non potendo lasciare la città senza protezione, Testa sceglie otto volontari e affida i restanti al suo vice, il brigadiere Vivarelli. Il pomeriggio seguente, mentre la stampa riferisce l’entità della sventura lanciando appelli di aiuto, il gruppo riminese formato dal comandante e dai pompieri Dante Casalini, Umberto Cavalieri, Davide Fambri, Giuseppe Giannini, Pietro Giannini, Domenico Piccari, Faustino Pioppo, Luigi Zanatta e dal “civile” Ezio Camuncoli, parte per le zone colpite. La mattina del 15 è già in azione tra le rovine di Santa Lucia, un paese sulla strada che congiunge Rieti con Avvezzano (Il Momento, 23 e 30 gennaio 1915; L’Ausa, 30 gennaio 1915).

L’opera di soccorso prosegue per giorni e giorni. Un compito ingrato, ostacolato dal freddo, dalla pioggia e dalla neve. Si assistono i feriti, si estraggono le salme dalle case distrutte, si recuperano le masserizie e si eseguono tutti gli interventi di routine: demolizione dei muri pericolanti, asportazione delle macerie, smistamento della posta, distribuzione di viveri, coperte e indumenti. Il 16 gennaio alla squadra di Testa si aggregano il dottore Felice Pullè e il “civile” Pietro Ernesto Del Bianco; il 20 un altro drappello di volontari, promosso dalla Croce Verde riminese e composto da cinque soldati, un sergente, due sanitari – il professor Giovannini e il dottor Bonini – e dall’assessore comunale Basili, raggiunge l’area terremotata.

Le due compagini, dopo aver compiuto numerosi atti di abnegazione e di valore, fanno ritorno a Rimini il 26 gennaio. Ad accoglierle, in piazza Cavour – leggiamo su Il Momento del 30 gennaio 1915 – ci sono le autorità municipali con il sindaco Adauto Diotallevi, la banda musicale e un folto gruppo di persone.

Dopo le “trasferte”, arriva anche il momento di “operare” in casa. Il 15 e il 16 agosto 1916 un sisma particolarmente violento si scatena su Rimini e Riccione causando quattro morti, numerosi feriti e gravissimi danni agli edifici del centro urbano. Il Corriere Riminese, nel quantificare le proporzioni della calamità, il 27 agosto 1916 scrive: «Si può dire che in città non vi è fabbricato che non abbia sofferto». Di questo evento doloroso parleremo in un prossimo articolo.

Riproduzione riservata

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui