Le farmacie di Romagna 356 attività finalizzate sempre più ai servizi

Su come stia mutando il giro d’affari delle farmacie la Romagna ha tanto da insegnare al resto del Paese. La pandemia ha infatti accelerato un percorso di trasformazione che era partito proprio in queste terre verso la fine degli anni Novanta, con la nascita della cosiddetta “farmacia dei servizi”. Divenuta legge nel 2009, col tempo i farmacisti hanno iniziato a sposare l’idea di trasformare le proprie attività in centri fornitori di servizi, facendoli così diventare una parte integrante del servizio sanitario nazionale. Sono quindi questi gli effetti economici di un settore che, stando ai dati diffusi poche settimane fa nell’ultimo rapporto di Mediobanca, in Italia vale 24,4 miliardi di euro, con un fatturato per singolo negozio pari a circa un terzo rispetto alla Germania, ma con la rete più capillare d’Europa. Basti pensare che nella sola Romagna ad oggi sono presenti 356 farmacie (di cui 125 a Forlì-Cesena, 122 a Ravenna e 109 a Rimini) e altre 160 parafarmacie (nel dettaglio: 50 tra Forlì e Cesena, 42 a Ravenna e altre 68 in provincia di Rimini). «Questi numeri – commenta e spiega Domenico Dal Re, presidente dell’Ordine dei farmacisti di Ravenna – confermano ancora una volta l’efficienza del nostro servizio farmaceutico, che è a tutti gli effetti uno dei migliori d’Europa».

Tuttavia, il fatturato delle farmacie è tra i più bassi se confrontato con quello degli altri stati europei. Come leggere questi dati? Il servizio costa meno, oppure siamo noi cittadini che consumiamo meno farmaci?

«Prima di tutto dobbiamo ricordarci che le farmacie in Italia sono sempre una concessione dello Stato, data per distribuire farmaci e servizi sanitari sul territorio. Inoltre, si tratta di un sistema pianificato, il che spiega perché i negozi siano così tanto ramificati nei vari territori. Venendo alla sua domanda, bisogna considerare che l’essere parte integrante del servizio sanitario garantisce un certo risparmio, perché parte dei farmaci viene acquistato direttamente dalle Ausl. Inoltre, in questi anni il costo dei medicinali è calato e i servizi, che invece sono aumentati, non danno certo utili».

Proprio i servizi, però, sono diventati un tassello fondamentale delle farmacie e sembra difficile che si possa tornare indietro. Non crede?

«Assolutamente no e nemmeno si dovrebbe pensare di tornare indietro. Nel corso della pandemia le farmacie della Romagna si sono adoperate per sgravare gli ospedali il più possibile della distribuzione dei farmaci e ora danno risposte anche per quanto riguarda tamponi e vaccini, a livello sanitario, ma anche su Cup e Speed, per quanto riguarda i servizi comunali. E come ho detto, noi sposiamo questa linea».

La strada sembra quindi tracciata, e con quali prospettive per il futuro?

«Di aumentare sempre di più il numero proprio delle prestazioni offerte. C’è una novità in questo senso, perché il 29 agosto la Regione Emilia-Romagna ha avviato un progetto sperimentale per incrementare i servizi come: consegna a domicilio, informazione sul corretto utilizzo dei farmaci e soprattutto per quanto riguarda i pazienti cronici, per i quali forniremo una ricognizione farmacologica e un servizio di aderenza alla terapia, così da tenere sempre informato anche il medico sugli effetti di quanto viene prescritto e sul suo reale utilizzo da parte del paziente».

Altro ancora?

«Speriamo di poter convenzionare, primo o dopo, anche l’elettrocardiogramma».

Dato che, come sta dicendo, i servizi stanno diventando sempre più il valore aggiunto delle farmacie e che questo, probabilmente, comporterà anche un maggior bisogno di personale esperto, non conviene liberalizzare i farmaci da banco, così da sbloccare lavoratori impiegati altrove?

«Quella di cui lei parla è un’anomalia tutta italiana ed è un problema che va affrontato a livello nazionale, perché già oggi la carenza di farmacisti si fa sentire. Io sono per la liberalizzazione completa di certi farmaci, magari venduti con dosi più basse, così da togliere l’obbligo della presenza del farmacista anche nelle parafarmacie. Sono tutti professionisti che potrebbero così rientrare all’interno delle farmacie».

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