FAENZA. Interrogarsi su lockdown e pandemia. Farne oggetto di riflessione storica andando indietro nei secoli per poi tornare a chiedersi dell’oggi e del domani che ci attende. È l’operazione compiuta da Gabriele Albonetti e Mattia Randi, autori de “Le epidemie nella storia di Faenza. Oro, fuoco e forca dalla Peste Antonina al Coronavirus” (Il Ponte Vecchio editore).
Randi, perché anche a Faenza dominò il motto «oro fuoco e forca»?
‹‹Questa è una frase attribuita al protomedico di Sicilia Giovanni Filippo Ingrassia. Nel 1575 riuscì a fermare alle porte di Palermo la peste che, dalla Spagna – con una tappa in Sardegna – stava minacciando l’isola. È sembrato essere questo trinomio una sorta di risposta che, ancora oggi, può essere usata in caso di epidemia di cui nulla (o poco) si sa. Oro, cioè pagare le persone perché possano continuare a vivere (nel Cinquecento essenzialmente si pagava per calmierare i viveri); fuoco, ovvero bruciare tutto ciò che apparteneva agli appestati; forca, mettere a morte chi trasmetteva la malattia perché non rispettava le norme anti peste. Il parallelo con l’oggi, a nostro avviso, è straordinario, anche se da “oro, fuoco e forca” siamo passati a “soldi a pioggia, igienizzare, multare”››.
In che maniera la storia delle epidemie faentine apparve in illustri fonti letterarie, a partire da Boccaccio?
‹‹Nel Decameron Faenza viene citata, e ci fa, tutto sommato, una bella figura. Anzitutto, rispetto a Dante che colloca tutti i faentini all’inferno (fatto salvo per San Pier Damiani, che è comunque ravennate di origine), qui Faenza diviene terra di uomini che amano fortemente le donne tanto da fare a botte; ancora, si ravvisano in questa vicenda elementi della storia di Rosanese Negusanti, meglio nota come Sant’Umiltà. È intrigante pensare che, mentre la peste imperava, a Certaldo Boccaccio pensava anche alla non lontana Faenza››.
Nel 1630, in quella che viene definita «la peste manzoniana», Faenza offrì quello che si definirebbe un vero e proprio lockdown. Che cosa accadde?
‹‹Chiunque fosse passato per Faenza avrebbe trovato una città chiusa e, per intimorire i “trasgressori”, forche – torna qui oro, fuoco e forca – nei pressi della città. A capo di questo lockdown c’era l’Arcuri dell’epoca, il commissario monsignore Gaspare Mattei. Per bloccare il contagio infatti fu chiuso tutto (il vescovo stesso, per paura, si trasferì in collina). E gli effetti si ebbero: dal fiume citato nel Muratori (“Del Governo della peste”), ovvero il Lamone, non passò la peste. Chiudere tutto salvò – forse – Faenza e il centro e il sud Italia, come è accaduto in questi tempi››.
Albonetti, quali sono gli elementi che si possono individuare in qualche misura ricorrenti, nei provvedimenti dei governi, nella reazione popolare?
‹‹Certamente oggi è più progredito l’approccio medico-scientifico a queste emergenze, anche se il fatto di trovarsi di fronte a un virus sconosciuto richiede un certo tempo per rintracciare i rimedi farmacologici. In questo intermezzo nel quale siamo tuttora immersi, la gestione politica della situazione non ha potuto fare altro che affidarsi a metodi e precauzioni tradizionali, come la quarantena e l’isolamento, già sperimentate in epoche e pandemie del passato. Anche l’approccio della gente mi è parso generalmente più responsabile e fiducioso, benché non siano mancati e non manchino qua e là cedimenti all’irrazionalità, alla credulità dei ciarlatani e alle bufale dei social››.
Le epidemie sono state agenti non solo patogeni, ma anche politici, finalizzati alla gestione del potere?
‹‹Sì, le grandi epidemie sono sempre state anche un agente politico che ha inevitabilmente modificato le relazioni psicologiche e sociali tra il potere e il popolo, spesso anche senza intenzionalità. Anche oggi vediamo che l’assetto delle grandi democrazie occidentali, già di per sé precario anche prima del virus, tende a evolvere, in modo accelerato, verso nuovi processi di cui non è dato vedere l’esito finale, che però potrebbe non piacere››.
Sono state un insegnamento anche per l’oggi? Fino a che punto gli uomini sono stati effettivamente migliorati dalla malattia?
‹‹Nell’ultima parte del libro ci siamo interrogati proprio su questo e ci siamo posti la fatidica domanda: ne usciremo migliori? La storia non ci conforta. Non ci sono prove che nella tragedia umana si siano manifestate delle catarsi purificatorie. Le grandi epidemie hanno sempre rappresentato delle profonde cesure nel corso della storia umana, ma quasi mai il dopo è stato meglio del prima; certamente è stato diverso, aprendo talvolta nuovi corsi storici, come accadde dopo la peste del Trecento in Italia, quando venne accelerata la transizione dal vecchio sistema feudale a un sistema economico e politico di Signorie cittadine e di Stati territoriali che determinarono l’accumulazione di potenza e di ricchezza che portò alla “grande bellezza” del Rinascimento. Ma la gente non cessò di odiarsi, aggredirsi, mettersi i piedi sul collo, ammazzarsi: semplicemente lo fece con metodi più sofisticati e progrediti. Chissà se stavolta sarà diverso?››.
I diritti del libro spettanti agli autori saranno devoluti alla Pubblica Assistenza faentina.

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