Le difficoltà quotidiane diventano opportunità

“Quando smetteremo di rispondere allo stress sarà la fine. Senza stress non ci sarebbe vita. Lo stress ci attiva, rappresenta un’opportunità per imparare”. Sono queste le parole pronunciate durante una lezione di psicoterapia da Patricia Crittenden, psicologa inglese, specializzata in ecologia sociale e sviluppo della famiglia e presidente della International Association for the study of Attachment. Espressione come “Sono stressato”, “Il lavoro mi stressa” fanno ormai parte del nostro vocabolario quotidiano. Ma proviamo ad approfondire l’argomento con la psicologa-psicoterapeuta Giselle Cavallari, che di stress ne sente parlare ogni giorno da parte dei suoi pazienti.

Dottoressa, che cos’è lo stress?

«Lo stress è una reazione fisiologica che si presenta quando una persona, in un determinato momento, percepisce uno squilibrio tra la sollecitazione ricevuta (stressor) e le risorse che ha a disposizione per fronteggiarlo. Lo stressor o evento stressante non deve essere necessariamente di natura negativa, ma può essere anche di natura positiva.»

Quali sono i maggiori stressor ai quali una persona può andare incontro?

«Partendo dal presupposto che lo stress è una risposta dell’individuo a una determinata situazione, nel senso che ciò che è definito un evento stressante per me, non è detto che lo sia per qualcun altro, esistono fattori di distress (stress negativo) e di eustress (stress positivo). I maggiori stressor negativi sono: malattia, lutto, separazione, perdita del lavoro e altri cambiamenti di vita forzati. Anche buone notizie o cambiamenti positivi possono provocare una forte reazione. Tra i maggiori eustress troviamo: nascita, matrimonio, anche incontrare un nuovo partner, dedicarsi a un nuovo lavoro persino se il cambiamento è stato fortemente auspicato. E infine, anche un cambiamento fisico, come una gravidanza o la menopausa, possono essere vissuti come un accadimento stressante».

Come si manifesta lo stress?

«La perturbazione che arriva sull’organismo mette in atto una serie di reazioni neurovegetative che si esprimono in tre fasi. La prima è quella di allarme. Il corpo risponde con meccanismi di fronteggiamento, aumentando una serie di parametri come il battito cardiaco, la pressione arteriosa, il tono muscolare. Segue una fase di resistenza in cui il corpo tenta di combattere secernendo ormoni dalle ghiandole endocrine. Uno di questi è il cortisolo che permette all’organismo di resistere. Ma se questi eventi ritenuti stressanti persistono nel tempo e la condizione di stress si protrae, si entra nella terza fase definita di esaurimento».

È questo il momento in cui lo stress diventa un problema per la salute dell’individuo?

«Esattamente. Tra le prime definizioni di stress, quella di Hans Selye, nella prima metà del secolo scorso, metteva in evidenza come questo fosse “una sindrome generale di adattamento”, evidenziando proprio la frattura nell’equilibrio dell’individuo. Si tratta della perdita dell’omeostasi, che può avere dei risvolti cronici quando persiste nel tempo oppure quando si aggiungono altri elementi che provocano reazioni di stress. Come conseguenza si possono sviluppare problemi cardiaci, di pressione alta, obesità, malattie autoimmuni e complicanze di tipo psicologico».

Da un punto di vista psicologico che cosa si può fare?

«Prima di tutto è importante passare attraverso l’accettazione, cioè considerare l’evento come reale e non cercare scappatoie, come: “Non ci penso”. Poi è bene fare una rilettura di quanto sta accadendo e considerare che lo stress è naturale e fisiologico, a parte alcuni eventi che diventano traumatici (lutti e malattie). Bisogna sapere che lo stress può essere trasformato. Proprio per questo è necessario mettere in atto un cambiamento di prospettiva e chiedersi: “In questo evento quale possibilità è contenuta?” oppure: “Che cosa posso trarre da questa situazione?”. Bisogna, inoltre, pianificare delle strategie, che differiscono da persona a persona, e utilizzare tutte le proprie capacità di problem solving. Anche la rete sociale è di grande aiuto, chiedere a un amico come ha fatto in una situazione simile, farsi aiutare dalla famiglia, per esempio. Alcune persone davanti allo stress si deprimono, altre invece si sentono motivate e vivono le situazioni stressanti come sfidanti».

Mi viene in mente un altro termine che è diventato di uso psicologico: la resilienza. Esiste una correlazione?

«Assolutamente sì. Per gestire una situazione percepita come stressante si devono mettere in campo le proprie risorse e trovarne anche di nuove. La resilienza è la capacità principe di resistere alle sollecitazioni. In ambito psicologico corrisponde al cadere senza rompersi: “Mi rialzo più forte di prima!”. In alcune persone è una caratteristica innata. Appartiene a chi è sempre ottimista, che ha buone capacità relazionali, a chi tende a vivere come meno negativi alcuni eventi, a chi possiede una maggiore autostima. La resilienza va allenata. Non si parla di sorridere per forza, ma di mantenere la capacità di rimanere focalizzati sui propri obiettivi, sapendo adattarsi a nuove condizioni con un atteggiamento attivo e non passivo».

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