Le Case del Popolo e il teatro di Dario Fo: convegno a Cesena

Il teatro di Dario Fo (1926-2016) e Franca Rame (1929- 2013) è «il più rappresentato nel mondo», ricorda la nipote Mattea Fo (1988), figlia di Jacopo Fo e presidente della Fondazione Fo-Rame, che si occupa di preservare la memoria dell’opera monumentale della straordinaria coppia d’arte, e di diffonderla alle nuove generazioni.

Questa storia di teatro anche politico e sociale si incrocia con una esperienza fondamentale di rottura che prese il via nelle Case del Popolo, specialmente in Romagna, a partire da quella di Sant’Egidio di Cesena. È un segmento affascinante, riscoperto dal Circolo Cooperatori. Da tre anni, ricorda il presidente Giancarlo Ciani, «abbiamo avviato una ricerca storica sulle Case del Popolo che ci ha portato a individuare 570 case in Romagna e a valorizzare il rapporto fra le Case del Popolo e il teatro di Dario Fo e Franca Rame».

Il convegno

Per raccontare la rivoluzione avviata da Fo-Rame, Circolo Cooperatori e Fondazione Fo-Rame promuovono il convegno “Una rivoluzione. Dario Fo, Franca Rame e le Case del Popolo di Romagna negli anni Sessanta: nuovo teatro, nuova società”. Si svolge lunedì 29 novembre dalle 15.30 al Palazzo del Ridotto di Cesena con molti ospiti. Mattea Fo presiede la prima sessione con relatori lo studioso Federico Morgagni e la critica teatrale Anna Bandettini; dedicata alle testimonianze è la seconda sessione con Jacopo Fo, l’attore Piero Sciotto, che attraversò quel periodo di rottura, e Ivano Marescotti.

Il teatro di rottura del premio Nobel 1997 e di Franca Rame arrivò dopo l’uscita dai circuiti istituzionali. Nelle Case del Popolo la coppia creò il Circuito teatrale alternativo attivo fino al 1970, con 700 spettacoli e quasi mezzo milione di spettatori; proprio a Cesena, nella Casa del Popolo di Sant’Egidio, il 25 ottobre 1968 debuttò il primissimo lavoro “Grande pantomima con bandiere e pupazzi piccoli e medi”; ma si tennero anche letture preparatorie a “Mistero buffo” che debuttò a Sestri Levante l’8 ottobre 1969.

Mattea, cosa rimane di quell’esperienza rivoluzionaria?

«Oramai il teatro esce costantemente dal luogo classico, entra in piazze, sale, palazzetti, con il covid persino in streaming, ma fu quell’esperienza degli anni Sessanta e Settanta a dare il “la” a tutto il percorso, a portare la cultura e il teatro a persone che mai sarebbero entrate in un teatro. Dopo quei primi due anni continuò con Nuova Scena, La Comune, con il capannone in via Colletta a Milano e nella Palazzina Liberty».

Il convegno cesenate segna la ripresa di un antico rapporto dei suoi nonni con la Romagna?

«Direi di sì, lunedì ci incontriamo con il sindaco Enzo Lattuca per valutare future collaborazioni. Siamo aperti a organizzare qualunque tipo di iniziativa in grado di rinverdire la memoria di Dario e Franca in Romagna; rassegne teatrali, percorsi espositivi, momenti di studio…».

Qual è la sua principale attività?

«Curare la memoria dei nonni e quindi l’Archivio, i diritti sugli spettacoli, l’editoria, le mostre».

Sta quindi più nel dietro le quinte che non sul palcoscenico?

«Proprio così, non faccio teatro, non recito, organizzo e coordino le rassegne, gli attori, amministro. Ho collaborato con l’attrice Lucia Vasini per “Mistero buffo parti femminili”, raccolta di monologhi di Franca; con l’attore Mario Pirovano abbiamo rivisto la messa in scena di “Mistero buffo 50”. Dopo liceo classico e liceo artistico ho imparato a dedicarmi all’organizzazione e alla gestione manageriale; la mia vena artistica, se mai ci fosse, la tengo per me».

Che nonni sono stati per lei Dario Fo e Franca Rame?

«Ho avuto la fortuna di viverli come presenza. C’era sempre il lavoro prima di tutto, ma nella nostra famiglia abbiamo la fortuna di fare un lavoro delle nostre passioni, e questo è il motore del tipo di educazione che mi hanno dato. Poi c’era il momento in cui la nonna mi portava alle giostre, in spiaggia a Cesenatico mentre lei giocava a carte. Col nonno il rapporto si è intensificato quand’ero più grande. Tutto quello che hanno trasmesso è un grande bagaglio che offre un sacco di spunti per continuare».

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