Le cartoline d’auguri di due grandi xilografi romagnoli

I biglietti augurali natalizi fanno parte della produzione artistica di almeno due grandi xilografi romagnoli. Antonello Moroni (Savignano sul Rubicone 1889 – Gatteo Mare 1929) si diploma all’Accademia di Firenze nel 1909, alla scuola del celebre Adolfo De Carolis che seguirà a Bologna nel 1913 diventandone l’allievo prediletto. Con il maestro collabora alla decorazione dell’aula magna dell’Università di Pisa e del Palazzo del Podestà di Bologna, prima di ottenere l’insegnamento di xilografia alla Scuola del libro di Urbino nel 1924. Già nel 1912 partecipa alla prima Mostra internazionale di xilografia a Levanto assieme ai migliori d’Europa, continuando a esporre e collaborare con “L’Eroica”, la rivista mensile edita a La Spezia da Ettore Cozzani. Fra ottobre e dicembre 2016 Cristina Ambrosioni, Flora Fiorini e Marica Guccini curano la mostra “Il solco sottile di Antonello Moroni” a Palazzo Romagnoli di Forlì che rivaluta questo straordinario esponente della grafica nazionale esponendo molto del materiale contenuto nel Fondo Moroni donato dalla vedova dell’artista alla Pinacoteca civica. Nella grafica minore Moroni si rivela raffinato, tecnicamente perfetto, molto attento all’iconografia popolare e meno ancorato alla lezione aulica e possente della figurazione di De Carolis. Così, nel repertorio dei biglietti augurali degli anni Venti si ritrova il profilo della giovane donna che tiene un bel paio di capponi nella cesta, immancabili nel menù natalizio, i pastori con le zampogne, il loro gregge e la capanna di Betlemme sullo sfondo del paesaggio innevato con la cometa in cielo. Per il 1927 incide un camino nel quale brucia e zòch ad Nadel appoggiato su due bellissimi alari in ferro battuto. È tradizione contadina in Romagna che un grosso ciocco, di quercia in pianura e castagno in montagna, la vigilia di Natale venga benedetto o bagnato col vino e acceso dal capofamiglia perché bruci fino all’Epifania. Le monachine, le scintille, porteranno prosperità ai campi e la cenere con i piccoli legni incombusti serviranno per fermare i temporali, prevenire i fulmini e la grandine.

È lo stesso “zoch d’rovra azés int l’iròla” (zocco di rovere acceso nell’arola) che nel 1965 Domenico “Mengo” Dalmonte (Brisighella 1915-1990) ripropone nel biglietto augurale per la famiglia di Lorenzo Graziani di Russi, tribuno di Romagna collaboratore dell’indimenticato Alteo Dolcini. Dopo la Scuola per arti e mestieri diretta da Giuseppe “Fafina” Ugonia, forse il litografo più dotato in Italia e non solo, lavora apprendendo la tecnica di stampa a Faenza prima di partire nel 1939 per la guerra in Libia. Rimpatriato, si diploma all’Accademia di belle arti di Bologna con Giorgio Morandi e Giovanni Romagnoli quali insegnanti. Per tutta la vita “Mengo” mantiene l’abitudine di disegnare su carta e poi riportare su lastra le impressioni delle sue memorie di viaggio, prese dal vero anche nelle condizioni più sfavorevoli come la guerra d’Africa. Una produzione ben documentata nei due volumi che ne raccolgono gli scritti commentati dal figlio Attilio: “La xilografia di Domenico Dalmonte (1915-1990)” e “Schizzi autobiografici dedicati alla grafica e alla pittura”, entrambi pubblicati dall’Editrice La Mandragora di Imola nel 2005 e nel 2015. Un repertorio augurale rilevante quello di Dalmonte, con diverse motivazioni, molte delle quali dedicate al Natale. Piccole immagini dalle quali traspare il piacere della libertà grafica fuori dal verismo rigoroso che gli è familiare, di estrema efficacia comunicativa: dal caricaturale postino di Brisighella alla sintesi brillante, molto romagnola, degli “auguri con forchetta e cappelletto”.

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