Le badanti di Norman come le astronaute al Festival di Santarcangelo

Le badanti di Norman come le astronaute al Festival di Santarcangelo

SANTARCANGELO. Lontane da casa e gravate da un lavoro non facile: sono le badanti, coloro che assumono la cura dei nostri padri, madri, nonni e lasciano il loro mondo lontano dal cuore e dagli occhi.
Ad interessarsi a queste figure è stata l’artista estone Kristina Norman che dopo un lungo lavoro di ricerca e di contatti presenta al festival stasera alle 21, con repliche fino al 14, al Teatrino della Collegiata, il lavoro di video/performance realizzato con donne migranti che si dedicano alla cura degli anziani, titolo “Lighter than woman”. È una delle produzioni del “Santarcangelo festival 2019”, cioè uno di quei progetti frutto di percorsi artistici lunghi, creati ad hoc per questo ecosistema che si interroga sulla percezione del contemporaneo e cerca di scoprire come il panorama artistico internazionale legga il presente.
Così tra le molteplici proposte, che spaziano dalla danza al teatro, alla musica, al video, al circo, al reading, c’è spazio per una riflessione collettiva che riguarda problematiche apparentemente lontane dall’immaginario artistico. Questo è anche il progetto che è stato in incubazione da più tempo perché Norman, che viene da Tallin, ha attivato relazioni sul territorio, a Santarcangelo e a Bologna, e le ha tenute per molti mesi.
È entrata nelle famiglie per capire da vicino quello che è un vero e proprio fenomeno, visto da diversi punti di osservazione, da una parte le badanti che sacrificano la loro vita privata e la reinventano per lavorare e dare sostentamento economico alle famiglie in patria e quello delle donne italiane che le accolgono e affidano loro i propri cari. Norman parla di «interessante emancipazione delle donne italiane che scelgono di lavorare e di vivere la propria vita affidando la cura dei loro familiari ad altre donne, sollevandosi da un peso».
E coloro che se ne prendono carico sostiene «vivono a loro volta un’emancipazione che è però anche una condizione di straniamento fuori dal proprio contesto nativo che è in un certo senso anch’esso assenza di peso». Un doppio binario su cui ha sviluppato l’immagine poetica di assenza di peso prendendo «come riferimento immaginario una donna che si è opposta materialmente alla gravità, l’astronauta italiana Samanta Cristoforetti».
Durante la sua residenza creativa l’artista ha incontrato e filmato le badanti intrecciando una narrazione complessa e inaspettata che ispira fiducia nella tenacia dello spirito umano e infonde speranza basandosi su gesti di accoglienza e di bontà. Così, grazie alla performance-documentario conosciamo Halina, «badante di dolci» per la straordinarietà delle sue produzioni dolciarie, Maria che scrive poesie e ha creato l’inno delle badanti e tante straniere che si sono ricreate un’esistenza, un mestiere e tante buone pratiche di altruismo.
E soprattutto entriamo in un microcosmo familiare carico di complessità emotiva che il lavoro restituisce anche agli spettatori.

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