Le aziende fanno i conti col fenomeno delle “grandi dimissioni”

Lo scoppio della guerra in Ucraina, l’aumento inaspettato (o, forse, sottovalutato) del tasso inflattivo e le recenti scelte della BCE sul costo del denaro; la difficoltà a reperire una parte delle materie prime e, soprattutto, le spinte speculative che accompagnano l’incremento del costo dell’energia; una ormai cronica difficoltà a reperire il personale necessario per molte filiere economiche.

Ecco una sorta di “bignami” dei problemi di cui ogni giorno le imprese devono tenere conto.

Ed ecco perché oggi ogni più piccola variazione organizzativa viene affrontata con un alert di livello più alto del passato.

E’ il motivo che sta portando tanti a rendersi conto di come la cosiddetta “Yolo economy” (l’acronimo inglese traducibile per noi in “si vive una volta sola”) non sia più tema da sociologi del lavoro, ma una realtà quotidiana della quale tenere conto: quella delle “grandi dimissioni” e cioè del fenomeno, sempre più diffuso in Italia come nel resto dei Paesi occidentali, delle dimissioni volontarie, spesso da incarichi a tempo indeterminato e con brillanti prospettive di carriera.

E, mentre non è possibile ricondurre la massa delle dimissioni – con l’Emilia-Romagna in testa alla graduatoria nazionale – ad un motivo prevalente (se non pensare che la pandemia ed i ripetuti lockdown abbiano messo in luce, per tanti, una maggior ricerca di flessibilità e di diverso equilibrio con la vita privata), è certo che ognuno di noi ha amici, parenti e conoscenti che di quelle dimissioni sono protagonisti, spesso con motivazioni che in passato avremmo definito “strane” e che oggi stanno invece colpendo quotidianamente ogni impresa, tanto che il tasso nazionale di turnover aziendale è aumentato nel 2021, con un trend che nel 2022 è destinato a crescere ulteriormente, alimentato (dati dell’Osservatorio risorse umane del Politecnico di Milano) da quel 45% di occupati che sta valutando di cambiare lavoro nei prossimi 18 mesi.

La risposta a questa situazione? Difficile e con poche scorciatoie, soprattutto se il tema verrà affrontato, come sta accedendo ora, senza politiche nazionali adeguate di tutela del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti.

La Cooperazione romagnola – che, detto a bassa voce, ha preso in esame il problema da oltre un anno, tanto che sono già operativi nuovi strumenti di analisi, formazione e selezione del personale, nell’ambito dell’impegno di Legacoop e Federcoop Romagna – è consapevole di non potersela cavare con qualche stratagemma.

Ma, poiché nel futuro più immediato saranno decisivi quei valori solidali e di passaggio intergenerazionale che permeano la cooperazione da sempre e che sono fondamentali anche per far garantire un diverso – e necessario – approccio al mondo del lavoro, siamo anche consapevoli di poter intravedere uno spiraglio significativo, necessario per far diventare la nostra Romagna terra della cooperazione, un piccolo laboratorio nazionale di buone pratiche nel rapporto imprese-lavoratori.

Perché da qui ai prossimi anni sfide come quelle dell’innovazione tecnologica, della compatibilità ambientale, del lavoro buono e sicuro, potranno essere affrontate al meglio solo se vi sarà un vero patto intergenerazionale e di comunità.

E queste stesse sfide sono la prima delle risposte da garantire a quel 48% di lavoratori dipendenti che ha già pronto il file delle dimissioni dal lavoro, ma che sta ancora decidendo se inviarlo o no.

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