Le ambiguità della Cina e il dovere di coltivare il dialogo

Da domenica prossima i riflettori dei media internazionali saranno puntati su Pechino dove avrà inizio il ventesimo congresso del Partito Comunista Cinese. Il rito elettorale che nei paesi occidentali determina chi salirà al potere per un arco di legislatura in Cina si consuma e si riduce ad una questione interna di partito che riguarda i circa 2300 delegati chiamati a ratificare la decisione assunta in precedenza dal Politburo. Dopo avere abolito la norma dello statuto che impediva la rielezione al terzo mandato, in base a tutte le previsioni Xi Jinping dovrebbe essere riconfermato alla guida del Comitato Centrale e successivamente a quella della Repubblica Popolare cinese.

Quello dell’attuale presidente è un bilancio pesante. Con lui al vertice dello stato dal 2012 la repressione dei diritti umani ha subito una drammatica accelerazione, non solo nella regione occidentale dello Xinjiang, la situazione a Hong Kong è stata “normalizzata”, con l’estirpazione di ogni germoglio democratico, e la Nuova Via della Seta, il progetto ciclopico di riconfigurazione delle rotte commerciali internazionali in funzione della Cina, ha allungato i suoi tentacoli avviluppando l’intero pianeta. Nei prossimi cinque anni, inoltre, potrebbe avvenire il sorpasso dell’economia cinese su quella americana come è nell’ordine delle cose, comunque, vista la sproporzione fra le dimensioni dei due paesi e il tasso di crescita dell’ultimo decennio.

La Cina è sempre di più la superpotenza con la quale anche l’Unione europea  è destinata a fare i conti. Fino a pochi anni fa la formula adottata da Bruxelles nei confronti di Pechino era quella del “partenariato strategico”, ovvero un legame privilegiato che le due parti si impegnano ad approfondire e consolidare in tutti i campi e a tutti i livelli. A poco valevano le insistenti obiezioni di chi sosteneva, ad esempio le organizzazioni per i diritti umani, che un rapporto così stretto può svilupparsi solo con valori condivisi e che questi non devono negare quelli su cui si fonda il processo di integrazione europea, cioè democrazia, stato di diritto e rispetto delle libertà fondamentali.

Per troppo tempo ci si è cullati in questa ipocrita finzione salvo affermare improvvisamente nel 2019, con un clamoroso voltafaccia, che la Cina per l’Ue rappresenta un “rivale sistemico” aprendo un’articolata riflessione sulla diversificazione delle filiere e la sicurezza delle tecnologie più sofisticate e sensibili. L’inevitabile passo successivo, peraltro del tutto ovvio, è stato quello di indicare la repubblica popolare come un “concorrente economico” nell’ambito di mercati sempre più integrati e interdipendenti a livello mondiale.

Nel dicembre dello scorso anno durante una riunione del G7 l’Alto Rappresentante dell’Ue per la Politica Estera e di Sicurezza Comune Josep Borrell si è spinto oltre definendo la Cina una “sfida ideologica” nei confronti della quale occorre vigilare. Che il modello politico cinese sia alternativo alle democrazie europee è evidente; altrettanto evidente e, purtroppo, efficace è lo sforzo diplomatico e finanziario della leadership cinese di proporlo ed imporlo globalmente come modello vincente per affrontare le crisi odierne. L’ultimo formulazione che sta prendendo piede nei corridoi di Bruxelles è quello della Cina come “rischio per la sicurezza” con riferimento, in particolare, all’azione aggressiva di Pechino nelle acque internazionali del mare della Cina meridionale dove transitano il 40% delle merci esportate dall’Ue.

Resta il dilemma su quale delle cinque opzioni debbano poggiare le relazioni fra una fragile Europa, forte economicamente ma debole politicamente, e una Cina in cui cresce l’autostima e l’ambizione di affermarsi definitivamente sulla scena mondiale. In ogni caso vanno mantenuti e rafforzati i canali di dialogo. Troppo importanti sono le sfide comuni come la lotta ai cambiamenti climatici, il sostegno al multilateralismo e nuove regole per il commercio internazionale oltre alla sicurezza globale con l’auspicio che Pechino usi il suo rapporto privilegiato per convincere Mosca a fermare l’aggressione all’Ucraina. C’è chi propone di percorrere la via di una pacifica “cooperazione competitiva” calibrata pragmaticamente sugli interessi di entrambe le parti accantonando, per il momento, le divergenze. Il cammino è impervio e accidentato ma non impossibile.  

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