Lavoro: ripresa “gonfiata”: troppi contratti a tempo determinato

Cresce l’occupazione, che recupera sul 2020 ma rimane sotto al 2019. Con una novità tutt’altro che rassicurante: in Romagna almeno l’85% per cento dei nuovi assunti, dice la Cgil Ravenna, è precario. E’ notizia di questi giorni l’ascesa registrata dall’Istat a livello nazionale, che recupera 700mila posti e che trova riscontri anche in Emilia Romagna. Dall’osservatorio sindacale però l’incremento è tutto da attribuirsi ai contratti a termine. I contratti a tempo indeterminato, persino, non hanno mai arrestato la loro discesa numerica.

«I dati forniti dall’Istat relativi all’occupazione regionale nel terzo trimestre del 2021, rispecchiano un andamento tendenziale anche in Romagna- afferma il segretario generale della Cisl Romagna, Francesco Marinelli- e rilevano una occupazione in aumento rispetto al 2020, ma con numeri ancora inferiori rispetto al periodo pre-Covid».

L’occupazione regionale è infatti in crescita rispetto al terzo trimestre del 2020, con un aumento di 64mila unità e una diminuzione sia delle persone che cercano lavoro (-35%) sia della popolazione inattiva (-1,5%). In media l’occupazione regionale nel 2021 è stata quindi in crescita rispetto al 2020 (+14mila occupati), ma ancora lontano dai dati del 2019 (-2%).

Anche la popolazione inattiva è maggiore rispetto al 2019, un aumento di 55mila unità, di cui in maggioranza ( 65%) donne.

«Le donne, oltre che ad essere la maggioranza delle persone inattive, sono solo il 45% della popolazione occupata ed il 59% di chi sta cercando lavoro. Come Cisl Romagna – sottolinea ancora Marinelli – abbiamo più volte segnalato come la pandemia abbia colpito soprattutto le donne e i giovani, e i dati Istat lo confermano».

La ripresa poi evidenzia contraddizioni da lungo esistenti: «Esiste un grave problema nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, come evidenziato dalla Camera di Commercio di Forlì-Cesena e Rimini – spiega l’esponente cislino -. Infatti il 53% delle aziende dichiara difficoltà nel trovare i profili tecnici e nel 36% per gli altri profili. Questo purtroppo non è dovuto solo alla pandemia ma ad una ormai endemica mancanza di percorsi formativi, che seguano il lavoratore durante tutta la sua vita professionale e gli permettano di rispondere alle esigenze del mondo produttivo locale e a quelle del mercato del lavoro».

La segretaria provinciale della Cgil di Ravenna, Marinella Melandri, corrobora la teoria di una ripresa squilibrata, che non aiuta l’occupazione stabile: «Abbiamo dati riguardanti il primo semestre 2021 su cui abbiamo già svolto analisi approfondite e ci dicono che sulla provincia bizantina si sono recuperati 1.141 occupati. Questo però perché c’è un saldo positivo di 1.434 addetti con contratti di apprendistato, di tempo determinato o di lavoro somministrato. Infatti i contratti a tempo indeterminato erano, a giugno 2021, 293 in meno rispetto alla fine del 2020. Stiamo ultimando gli studi sul secondo semestre e hanno un andamento molto simile». Secondo la segretaria della Cgil ravennate peraltro «dai confronti avuti con i segretari delle altre camere sindacali, lo scenario è molto simile in tutta la Romagna. Col Riminese e il Ravennate, anche per la loro vocazione turistica, che segnalano picchi di quasi il 90% di contratti a tempo determinato, di apprendistato o somministrato fra i nuovi assunti». Secondo la Cgil quindi «il blocco dei licenziamenti ha consentito l’attesa di un innalzamento del pil che ha contenuto l’esodo dal mondo del lavoro. L’incertezza sul futuro e la mancanza di figure professionali specifiche – rileva Melandri – stanno frenando la ripresa occupazionale, che è improntata per ora su contratti a breve durata». Carlo Sama, segretario della Uil ravennate, lo ribadisce a chiare lettere, utilizzando l’osservatorio della sua provincia: «L’aumento del pil non corrisponde ad una crescita occupazionale effettiva. Già i dati della Camera di commercio ravennate, che confrontavano il saldo del terzo trimestre 2021, con quello del 2020 e del 2019, chiarivano come dall’anno precedente si fossero recuperati 2762 posti di lavoro, ma si rimanesse distanti di 2898 rispetto al numero pre-Covid». Anche Sama rileva la problematica dei profili lavorativi «soprattutto in edilizia: dopo 10 anni di crisi le professionalità si sono depauperate e crescono i cantieri grazie al 110%, ma si fatica a trovare manodopera specializzata. Stesso dicasi per la metalmeccanica. Poi c’è l’assurdo energetico: il metano è alle stelle e i rincari mettono in difficoltà le aziende, ma il comparto estrattivo è ancora bloccato e perde occupazione. Il caso Tozzi sud è lì a denunciarlo».

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