L’australiano di Forlì dà la carica a Spithill

Alan Hood è australiano, come il timoniere di Luna Rossa James Spithill, ma da più di 30 anni vive in Romagna, a Forlì. Nato a Perth il 23 luglio 1953, è cresciuto nelle veleria dello zio a Fremantle, finché un giorno (complice Cino Ricci) ha deciso di partire per l’Europa.

Alan, come mai un australiano di Perth va a vivere a Forlì?

«Può sembrare un errore o un incidente… Però tutto è nato quando la Coppa è arrivata in Australia. Era il periodo 1986-1987, io conoscevo Cino da almeno 8-9 anni perché avevamo fatto insieme delle regate. Poi, tornato in Australia avevo iniziato a lavorare nella veleria mio zio (la Tasker) ma a un certo punto arriva Cino con la squadra di Azzurra. Perché non torni in Italia? Riuscì a convincermi».

Come riuscì a convincerti?

«Aveva una veleria a Forlì che si occupava solo di vele in dacron per la crociera e non aveva ancora fatto vele da regata in materiali come il kevlar o il mylar che invece io conoscevo bene…»

All’arrivo a Forlì incontrasti per la prima volta anche la nebbia…

« Sì, ci sono rimasto molto male, che roba orribile. Da noi in Australia non mi era mai capitato di vederla. Non ero capace di guidare, non ero capace di tornare a casa».

Tu sei un velaio e un velista, quali quali regate ricordi più volentieri?

«Difficile da dire… sono tante… Abbiamo vinto due volte la Settimana delle Bocche. Poi tante regate in Sardegna, a Portofino, campionati italiani e due mondiali J24, tante regate su monotipo al lago di Garda e altre in Germania o Svizzera con l’Asso 99».

Eri anche a bordo di Riviera di Rimini, la barca dei record varata nel 1998…

«Sì, quell’anno iniziò l’avventura di Riviera di Rimini, un open 60 in carbonio disegnato da Vallicelli (lo stesso di Azzurra, ndr) con cui il primo anno abbiamo vinto Barcolana, Rimini-Corfù-Rimini, Middle Sea Race, Giraglia con tanti record. Quell’anno fu un Grande Slam».

Spithill è di Sydney, dall’altra parte dell’Australia rispetto alla tua città. Però vi conoscete. Cosa avete fatto insieme?

«L’ho conosciuto nel 2000. Abbiamo fatto un campionato europeo a Cork, in Irlanda. C’erano seessanta barche. Jimmy non aveva mai messo piedi su quella barca e siamo arrivati secondi. Era già molto bravo. Arrivava sulla boa di bolina con le mura a sinistra e con dieci barche che arrivavano mura a destra e lui non faceva una piega. Noi dicevamo: “Boh, cosa succede adesso?”. E Jimmy: “Non c’è problema ragazzi, troviamo un buco, no problem…”. Ha fatto sempre così. Sempre tranquillo. Aveva una visione della regata incredibile. Io lo chiamavo Superman perché aveva la visione X-Ray, vedeva cose che noi umani non vedevamo».

In questi giorni tifi Luna Rossa?

«Sì, certo! Ovvio! Metto la sveglia. Fantastico!»

Da australiano ad australiano, cosa diresti a Jimmy se fossi ad Auckland?

«Attacca. Attacca!… Lui, come dicono tutti, è un pitbull: la sua parte forte è la partenza, è uno dei più bravi del mondo, è un campione di match race. Con Francesco Bruni ha trovato una collaborazione perfetta. Sull’altra barca ci sono due giovani, Peter Burling e Blair Tuke, che hanno vinto sei mondiali e medaglie d’oro e argento alle Olimpiadi. Sono fortissimi. Però, nella partenza del match race hanno meno esperienza di Spithill e Bruni».

Non ci resta che aspettare.

«Per me vedremo le scintille in partenza. Vedremo degli incroci molto vicini e tante proteste. Ma fa parte del gioco. Quando arrivi alla finale di America’s Cup c’è sempre un po’ di cattiveria. E’ normale».

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