Il 30 ottobre una troupe Mediaset ha effettuato alcune riprese in centro storico, e in particolare nelle adiacenze e sul camminamento del ponte romano e lungo le sponde del fiume Rubicone, per la realizzazione della seconda puntata dello speciale dal titolo Cesare e Nerone. Tra storia e leggenda. La puntata dedicata al protagonista dello storico attraversamento andrà in onda su Focus oggi alle 21.15.

Autrice e conduttrice del programma, di carattere storico e divulgativo, è l’antichista Laura Pepe. Docente di Diritto antico all’Università degli studi di Milano e storica di formazione, è stata autrice di saggi importanti, come “Gli eroi bevono vino. Il mondo antico in un bicchiere” e “La voce delle sirene” per Laterza, e per Zanichelli “Atene a processo. Il diritto ateniese attraverso le orazioni giudiziarie”.

Pepe, lei sostiene che «la storia ci può spiegare molto del nostro passato e di cosa ci sorprende». Cosa significa?

«Credo che il compito dello storico sia quello di interpretare i fatti, perché il passato ci aiuta sempre a capire il presente. Come si diceva in antico: “la storia è maestra di vita”, soprattutto nel senso di trovare nei suoi accadimenti soluzioni a problemi simili ai nostri».

«Quella di Savignano è una tappa fondamentale», lei ha sottolineato nel corso delle riprese. «Cesare passando su questo fiume ha influenzato il nostro presente».

«Proviamo a immaginare cosa sarebbe successo se Cesare non avesse passato il Rubicone. Da questo evento sono dipesi la guerra civile, il suo stesso assassinio… Le rive di questo fiume, questa terra di confine, sono rimasti simbolo di un evento i cui effetti continuano a sentirsi anche oggi. Altrimenti avremmo avuto un corso diverso della storia, vivremmo forse in un mondo diverso. È come un effetto eco, come sfogliare le slides di qualcosa che ha cambiato la storia, là dove si è consumata».

Si può considerare il passaggio del Rubicone come il momento in cui sono emersi concetti ancora attuali, come “populismo” e “sovranismo”?

«Queste sono nozioni recenti. Non si deve fare l’errore di sovrapporle ai fatti antichi, quando si parlava piuttosto di monarchia e democrazia, o di demagogia al massimo, specie in Grecia. È importante ricordare come nell’antichità non esistessero né partiti né ideologia, ma fazioni che si orientavano sulla base dei propri interessi. Cesare aveva capito che la “Res publica” agli occhi dei romani aveva cessato di esistere. Bisognava adattare la politica ai cambiamenti intercorsi. Fu un genio a interpretare questa necessità storica. Una cosa di cui anche i politici di oggi dovrebbero tenere conto».

Perché a livello scolastico l’insegnamento della storia mostra di essere lacunoso e insufficiente?

«Deriva dal fatto che la storia non viene considerata una materia utile, e comunque mai nell’immediato. Oltre lo studio di date ed eventi, non si comprende come essa sia in realtà uno studio molto più fecondo. Molti mi dicono: “Non credevamo che lo studio della storia potesse essere così interessante”. È una ricerca ricca di fascino, un’indagine continua e incessante, sviscerare le fonti proprio come gli epidemiologi fanno con un virus. Ci vogliono anni per costruire uno spirito critico, La lentezza dello storico spaventa, ed è un errore madornale, perché così nello stesso tempo si perdono anche le radici, si dimentica da dove veniamo, come in una sorta di amnesia collettiva».

A cosa si deve, invece, il grande successo della divulgazione storica in televisione?

«Ha successo perché viene comunicata attraverso un linguaggio ritenuto “non convenzionale”. Alberto Angela, o Alessandro Barbero a un livello più alto, fanno apparire la storia così com’è: una miniera di informazioni curiose sulla vita dei nostri antenati, che hanno contribuito alla costruzione della nostra identità. Quindi la storia non appare noiosa, come si crede. Come ha sottolineato Eva Cantarella: “Si devono insegnare e comunicare le cose più difficili come se fossero facilissime”. Non sminuendole, ma rendendole alla reale portata di tutti. Questa è la missione dei divulgatori».

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