L’ansia tra i banchi di scuola: no ai “genitori spazzaneve”

A metà di un anno scolastico più in presenza dei due appena trascorsi emergono situazioni di disagio e ansia tra gli studenti che portano professionisti, insegnanti e genitori a interrogarsi su quanto sta accadendo. Ne parliamo con Francesco Rasponi, psicologo e psicoterapeuta attivo a Cesena che si occupa degli Sportelli d’ascolto di alcune scuole superiori del territorio.

Qual è la situazione tra i banchi di scuola?

Quest’anno c’è stato un sensibile aumento dell’affluenza agli sportelli scolastici sia da parte degli studenti che dei loro genitori, i quali, di solito, rimanevano più in disparte. Le manifestazioni ansiose nei giovani sono molto cambiate ultimamente: i ragazzi appaiono più fragili, alcune capacità non sono state sviluppate adeguatamente e quest’anno, tornati in classe con una maggiore continuità, si sentono come se fossero costantemente al primo giorno di scuola. Ci sono degli indicatori che dimostrano come queste dinamiche dipendano in parte dalla questione Covid, ma si intreccino anche con il modello educativo attuale e con altri fattori.

Che cosa intende?

Ci sono, per esempio, aspetti legati al contesto scolastico e alla scelta degli studi. Esistono delle classi molto competitive, a volte sono le famiglie a pressare notevolmente i figli al fine di ottenere dei buoni voti. Il modello educativo è invece volto a sostenere i ragazzi al massimo, eliminando qualsiasi difficoltà gli si pari davanti. In anni recenti è stata coniata l’espressione “genitori spazzaneve”, cioè sempre pronti a risolvere le difficoltà dei figli, affinché possano raggiungere i loro obiettivi con facilità. Ma dobbiamo renderci conto che anche loro devono affrontare delle avversità e superare delle delusioni. Se c’è un genitore che è sempre pronto a sostituirsi a lui, ecco che alcune competenze non vengono sviluppate. Non ultimo, il Covid ha complicato la situazione: chi era fragile prima ora lo è ancora di più, e chi non lo era forse lo è diventato.

Ma il dialogo tra genitori e figli è migliorato?

I giovani di oggi rendono molto più partecipi i genitori delle loro difficoltà, raccontano maggiormente i propri vissuti. I genitori sono investiti da questa comunicazione ansiosa e spesso si sentono impotenti, come se fossero sotto scacco. Devono fare un grande lavoro di contenimento. Di fronte a un “non voglio andare a scuola” non sanno che cosa fare, nemmeno che cosa pensare. Faticano a prendere decisioni. Talvolta colludono con i figli, trovando motivazioni esterne alle loro difficoltà; altre volte cercano di costringerli senza chiedergli cosa sentono.

L’ansia può avere anche una funzione di spinta motivazionale?

L’ansia è inevitabile, fa parte della sfida scolastica e della vita e dobbiamo riuscire a gestirla, a trasformarla in un’energia che ci spinge a fare del nostro meglio. Ma quando questa diventa troppo intensa, diventa un’ansia problematica. I colleghi neuropsichiatri riferiscono che in questi mesi sono aumentati l’autolesionismo, le assenze, i ritiri parziali o definitivi da scuola, i disturbi del sonno e i problemi intestinali. L’ansia si manifesta in un’infinità di modi.

Che cosa si potrebbe fare?

Questa è una questione che deve coinvolgere tutti: scuola, famiglia, ragazzi. È necessario affrontare la tematica senza giudizi. Si dovrebbe incentivare i ragazzi a chiedere aiuto, dobbiamo imparare ad avere un ruolo attivo di fronte all’ansia e alle difficoltà. Anche i genitori devono avere uno spazio dove poter raccontare la propria esperienza, dove poter leggere la propria situazione personale in relazione al proprio figlio. Gli insegnanti, che rappresentano un forte elemento protettivo, devono essere dotati di strumenti conoscitivi per riuscire a dare le giuste risposte.

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