L’anarchico Malatesta accolto dalla fanfara dei giovani socialisti

Il sorprendente risultato delle elezioni del 16 novembre 1919 (si veda la precedente “Pagina” di questa settimanale rubrica) crea grandi aspettative nello schieramento di Sinistra. E non sono pochi quelli che pregustano il tanto sospirato “ribaltone”. Del resto le proteste e gli scioperi contro il carovita, che continuano a assillare la quotidianità del Paese, sempre più spesso si trasformano in vere e proprie insurrezioni popolari. «Come in Russia!» urlano nei cortei i manifestanti sventolando la bandiera rossa. Sull’onda di tale fervore nell’ottobre del 1919 il XVI Congresso nazionale del Partito socialista, vinto dallo schieramento massimalista, ribadisce la legittimità del proletariato di «ricorrere all’uso della violenza per la conquista dei poteri» secondo il modello bolscevico.

In questo turbolente contesto sociale un ruolo determinante nell’invogliare la gente al mito della rivoluzione è svolto dagli anarchici. E Riccione, sugli anarchici, ne sa di gran lunga, basti ricordare con quanto entusiasmo il 6 gennaio 1920 festeggia l’arrivo in paese di Errico Malatesta (1853-1932), il più noto e “pericoloso” agitatore libertario italiano, da sempre “piantonato” speciale da nugoli di polizia in divisa e in borghese pronti ad impedirgli qualsiasi atto eversivo. Da Sorgiamo! del 17 gennaio 1920, settimanale dell’Unione anarchica emiliano-romagnola, traiamo alcuni stralci di quella storica giornata.

Malatesta, proveniente da Rimini, è ossequiato sulla via Flaminia – ai margini della borgata – «dalla fanfara dei giovani socialisti e da una folla plaudente». Esauriti i calorosi cerimoniali di prima accoglienza, si forma un folto corteo con i vessilli rossi e neri delle organizzazioni politiche di Sinistra che raggiunge la piazza del paese dove, sollecitato da compagni e simpatizzanti, il gradito ospite improvvisa un comizio. «Parlò brevemente – riferisce Sorgiamo! – svolgendo i concetti nostri anarchici e preannunziando prossimo il trabocco rivoluzionario; perché la crisi che pervade il paese non potrà più trascinarsi a lungo ed anche perché questa convinzione è penetrata ormai nella mente di tutte le classi lavoratrici».

Il perseguitato dalla borghesia di tutti i paesi in questo momento ha strada libera e loquela sciolta e il suo incitamento alla rivoluzione, «trasformatrice della società borghese degli sfruttatori in società umana del proletariato lavoratore», non trova più le manette degli sbirri, ma consensi e scrosci di applausi.

Malatesta invita i riccionesi a tenersi pronti. Pronti, naturalmente, alla rivoluzione. Accenna alle «entusiastiche manifestazioni che in tutte le città d’Italia da lui attraversate sono avvenute in questi giorni» e conclude il suo dire esaltando l’ondata di proteste, gli scioperi e gli scontri con le forze dell’ordine. «Oggi – grida Malatesta ai “compagni” in delirio – dobbiamo continuare l’opera interrotta nel 1914 e se allora non fu che una “settimana rossa”, oggi vogliamo che si integri definitivamente in una vittoria rossa» (Sorgiamo!, 17 gennaio 1920).

Dopo di lui, a portare acqua al mulino della «vittoria rossa», interviene il compagno Boris Souvarine (1895-1984) con un discorso «breve, ma concreto», sottolineato da battimani. Il raduno si scioglie «tra l’entusiasmo generale» con le parole di Domenico Galavotti, che porta «al forte agitatore rivoluzionario» il saluto della Sezione socialista di Riccione. Dopodiché Malatesta, accompagnato da un manipolo di amici, si reca a pranzo all’Hotel Lido, ospite di Galavotti, in questo momento pienamente infervorato di ideali anarchici (cfr. Germinal, 24 luglio 1920).

Dagli impeti barricadieri di Riccione passiamo alla caotica politica di Roma. Il parlamento, dominato e nello stesso tempo diviso da socialisti e cattolici, non consente la governabilità del Paese e la situazione economica peggiora di giorno in giorno. Agli scioperi e alle piccole sommosse, che dilagano a macchia d’olio, si aggiungono ad aggravare la congiuntura le difficoltà create dalla “questione di Fiume”: un insieme di cose e fatti che nel giugno del 1920 portano alla caduta del terzo governo Nitti.

Al posto di Francesco Saverio Nitti (1868-1953) è chiamato il vecchio Giovanni Giolitti (1842-1928), ma la composizione dei gruppi parlamentari, irremovibili nelle loro posizioni, e soprattutto «l’intransigenza negativa» del Partito socialista in mano ai massimalisti non consentono la formazione di una maggioranza omogenea e l’instabilità politica che ne deriva aumenta lo stato di confusione del Paese. Il governo Giolitti appare impotente a fronteggiare i disordini e nelle fabbriche e nelle piazze si discute con sempre maggiore insistenza di «presa del potere». Per il proletariato la ribellione è una speranza, per la borghesia è un incubo. Il vocabolo «rivoluzione» invocato con ossessione in ogni dove affascina e nello stesso tempo illude molte bocche affamate. E c’è anche chi ne parla a sproposito e non si accorge di spingere la Nazione verso il baratro della guerra civile.

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