L’amore di Rubens per il calcio

Il nome di Rubens Fadini ai più non dice molto, se non a quelli di Giulianova per l’intitolazione dello stadio. Eppure è stato un giocatore del Grande Torino la cui vita è stata spezzata nella tragedia di Superga nel 1949. Doveva essere l’erede di un Valentino Mazzola ormai prossimo alla pensione sportiva. Quella pensione che la squadra andò a omaggiare proprio a Lisbona in occasione della gara in onore del fine carriera di Francisco Ferreira capitano del Benfica. In quella spedizione c’era anche il giovane Fadini (22 anni) destinato a un futuro radioso tanto da meritarsi il titolo da Tuttosport: “A Gallarate il Torino ha scoperto il nuovo Mazzola”. Perché dalla Gallaratese in serie B veniva il centrocampista, prima c’erano stati la Ceretti&Tanfani e il Tresigallo Calcio. A raccontare la sua storia è Stefano Muroni nel romanzo “Rubens giocava a pallone” (Pendragon, 2021), senza dubbio uno dei migliori libri usciti lo scorso anno. Se una stories di Instagram lasciasse almeno un decimo delle emozioni provate scorrendo queste pagine varrebbe la pena di essere vista.

I romanzi biografici possono essere valutati in un due modi. Il primo, è quello della precisione quasi filologica degli eventi storici, riproposizione fedele di quanto fatto dal personaggio. La seconda via, quella di Muroni, è del sentimento o per meglio dire dello spirito del tempo. La bravura dell’autore sta nel farci immergere nell’anima di quegli anni che vanno dalla fine della Grande Guerra all’immediato secondo conflitto. Periodo difficile per gli italiani, non tanto per l’avvento del fascismo dal momento che la famiglia Fadini se ne sta lontana dalla politica, bensì per le condizioni di vita di una provincia (ferrarese) alle prese con la durezza di una terra ingrata e proprio per questo da bonificare. È in questo contesto che Rubens cresce, e il cui sogno è racchiuso nell’istintivo calcio a una sfera di cuoio, luogo di evasione dalle durezze del quotidiano.

Oggi il calcio va oltre lo sport, è divenuto uno status in termini di spettacolo, visibilità e guadagno economico. Negli anni ’30 in Italia non era così malgrado il nostro Paese fosse bi-campione del Mondo in carica. In quella società le differenze di classe erano marcate, le famiglie numerose, in tanti si emigrava in cerca di qualcosa di migliore da dure campagne. In questo contesto un titolo di studio poteva fare la differenza, a dispetto di un pallone che ai più in quel tempo (parroco, insegnante, farmacista) veniva considerato perditempo. Il romanzo ci restituisce tutto ciò, attraverso il racconto di colei (Giustina) che doveva sposare il suo amato (Rubens), ma il cui sogno si è infranto su quella maledetta collina.

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