Pesa il decimo di un grammo un’ape eppure è tanto prezioso il suo lavoro che la stessa nostra sopravvivenza di uomini grandi, grossi e tecnologici dipende da lei. Nonostante ciò ancora sembra che non ce ne rendiamo conto abbastanza, perché è proprio il nostro sistema alimentare, a cui le api contribuiscono naturalmente con la loro funzione di impollinatori, che le minaccia ormai da tempo. I pesticidi usati nell’agricoltura intensiva sono il loro nemico principale, ora anche il cambiamento climatico, a sua volta determinato in larga parte dai comportamenti umani. Ieri era la Giornata mondiale delle api, un’occasione per riflettere sul mondo dell’alveare per nulla distante dal nostro quotidiano.


Apicoltori crescono
L’attenzione all’apicoltura da qualche anno cresce, e anche gli apicoltori. In Italia ci sono 62.944 gli apicoltori in Italia di cui 42.356 producono miele per autoconsumo (67%) e 20.588 sono apicoltori con partita Iva che producono per il mercato (33%), professionisti e non detengono 1.380.250 alveari. Di questi, in Emilia Romagna sono Emilia-Romagna ce ne sono 17.314 allevati per l’autoconsumo e 102.887 fonte di reddito per apicoltori professionisti (dati Ismea rielaborati per il report 2019 dall’Osservatorio nazionale del miele). Ma la sete di avvicinarsi a questo mondo, di imparare magari un mestiere per avere una fonte di reddito complementare, o magari anche “solo” il proprio miele, è alta. «Noi facciamo un corso di apicoltura all’anno a inizio anno, sei lezioni teoriche e tre pratiche con apicoltori e veterinari ed è sempre un successo –spiega Loredana Barbieri dell’Afa (Associazione forlivese apicoltori) –. All’ultimo corso fatto a gennaio scorso erano una settantina, poi è vero che solo il 20% diventa apicoltore professionista. C’è stato un boom, ma anche tanti problemi». I professionisti non vedono di buon occhio i dilettanti anche in questo campo, gli aspetti critici riguarderebbero soprattutto l’influenza negativa sullo stato sanitario delle api, quando l’attività viene svolta al di fuori dei contesti associativi.


Apicoltura urbana
O forse è un po’ come dice Claudio Porrini, entomologo dell’Università di Bologna, attivo nella Rete apicoltori urbani, che citando il suo maestro Giorgio Celli dice: «Gli apicoltori sono un po’ come le api, così diceva Celli: felici e feroci –sorride Porrini – . Sono figure affascinanti, con i loro segreti, che non amano le intromissioni di estranei. E ad esempio non vedono di buon occhio i cosiddetti apicoltori urbani». Che invece sono ormai un movimento mondiale, che ha toccato anche la Romagna. La città di Cesena, ad esempio, dal 2018 è partner del progetto “BeePathNet” che ha come obiettivo quello di trasformare le 6 città che compongono il network in città “bee Friendly”, seguendo l’esempio della capofila Lubiana. A Cesena c’è un apiario urbano nella storica Villa Cutrì in pieno centro, ci sarebbero state, senza Covid di mezzo, molte iniziative in questi giorni e a ottobre il convegno nazionale e itinerante degli apicoltori urbani, per questo non tutto è ancora perduto, si vedrà. «Le api in città ci sono sempre state, fin dal Medio Evo – dice Porrini –. Lo stesso bisogno che porta l’uomo a piantare alberi, orti, giardini, ad avere animali domestici. Qualcuno di loro era in realtà in campagna, poi le città allargandosi lo hanno inglobato. Certo non è un’ apicoltura in genere volta alla produzione in senso stretto, ma che ha un valore per l’impollinazione, e anche perché le api sono bioindicatori naturali e ci raccontano con la loro presenza op assenza, con il loro stato di salute la qualità dell’ambiente intorno. Ma anche per la cultura e la didattica. Parlando di api parliamo di tantissime altre cose e così un apicoltore urbano può essere anche qualcuno che le api non le alleva per fare il miele, ma magari semina fiori sul balcone o in giardino e favorisce la loro presenza come quella di altri insetti impollinatori come i bombi o altre api solitarie». Che questo periodo di quarantena con meno uomini, e di conseguenza meno auto, abbia fatto bene alle api Porrini non è così certo. «Un periodo troppo breve per aver prodotto reali modifiche. Gli animali selvatici che abbiamo visto passeggiare in città non hanno fatto qui nidi o tane, hanno semplicemente approfittato della strada lasciata libera da noi. Ma le api possono avere avuto un beneficio dalla mancanza del taglio di erba e di alberi, e hanno avuto più fiori a disposizione».
La raccolta è iniziata
Oltre agli apicoltori urbani c’è anche il miele urbano. «Quello di tiglio ad esempio, in Emilia Romagna è raccolto tutto in città. Nei parchi, nei viali, nelle aree verdi –spiega Giorgio Baracani, apicoltore di Dozza Imolese da quando era giovanissimo, vicepresidente del Conapi, consorzio nazionale di apicoltori –. Ora sarebbe il momento dell’acacia, che da tre anni però si raccoglie a stento o per nulla. Le fioriture quest’anno ci sono, ma la siccità ha fatto sì che i fior non abbiano prodotto nettare e quello che le api raccolgono basta a malapena per nutrire loro stesse, quindi anche quest’anno la produzione di fatto non ci sarà». Negli ultimi anni sono esplose le raccolte monoflorali negli estesi campi a seminativo. Ad esempio il coriandolo, che lo stesso Baracani raccoglie in un angolo incontaminato di collina imolesi, o la gialla e brillante colza che invece raccoglie con i suoi apiari nel Delta del Po. Ma in pianura si bottinano anche i nettari di cipolla, cicorie, ravanello, tutte sementiere da seme che confluiscono in un miele millefiori. Giorgio Baracani non è solo un “pastore di api”, è anche un apicoltore che siede ai tavoli e discute con istituzioni e agricoltori per trovare nuove regole per una convivenza migliore e per la salute delle api: «Le Regioni hanno norme differenti rispetto alla gestione dei pesticidi in agricoltura e io porto sempre ai tavoli come spauracchio il caso del Friuli Venezia Giulia, dove l’uso di pesticidi in periodo di fioritura è stato bollato dalla magistratura come disastro ambientale. Ora al tavolo con le aziende sementiere abbiamo imposto e ottenuto il monitoraggio sui parassiti. L’alleanza fra apicoltori e agricoltori è necessaria, ma non può durare solo una stagione, quando cioè l’agricoltore ha bisogno dell’impollinazione e paga gli apicoltori per il lavoro delle loro api. L’alleanza deve durare tutto l’anno».

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