L’allarme “caro metano” mette in ginocchio anche il settore chimico

«Al momento non sono annunciati né ridimensionamenti di personale, né ricorso agli ammortizzatori sociali. Siamo però preoccupati e riteniamo che per sventare un declino domani, sia necessario un rilancio oggi». Filippo Spada della Uiltec di Ravenna analizza la situazione della Yara, azienda del petrolchimico che ha la competività delle proprie produzioni strettamente legata al gas. Dopo i ridimensionamenti e i blocchi a singhiozzo degli scorsi mesi, la multinazionale norvegese ha deciso per un fermo strutturale che porterà l’intera produzione europea a calare del 45%. Un problema anche per la produzione dei fertilizzanti che avviene a Ravenna, dove lavorano circa 140 lavoratori. Per non trovarsi totalmente fuori mercato anche per le linee attive nel porto romagnolo, infatti, già da mesi il rifornimento di materie prime non avviene attraverso la pipe-line che collega il Ferrarese col Ravennate. L’urea giunge dal Nord Africa, dove il metano è più a buon mercato. E così un produttore multinazionale che ha propri stabilimenti in un bacino storicamente famoso per le estrazioni di gas, importa via nave le materie prime da un altro Paese.

«Su Ravenna, l’unico aspetto positivo – prosegue Spada – è dato dal fatto che, a precisa domanda, la proprietà ci ha rassicurato sul non voler ricorrere alla cassa integrazione. Una politica opposta a quella intrapresa da altre realtà, come quella del settore ceramico, che sono ugualmente molto colpite dall’incidenza del costo del metano».

A suggerire una scelta differente, secondo Spada, c’è «il fatto che le aziende multinazionali hanno diverse dinamiche di valutazione, compreso quello dell’effetto boomerang su una presa di posizione simile nella reazione che avrebbe il mercato finanziario».

Se, pertanto, questo stallo non rassicura i rappresentanti dei lavoratori la consapevolezza è quella di un «contesto differente, quando questa crisi sarà passata. La competizione sarà ancor più serrata e quindi c’è bisogno di innovazioni e di manutenzioni da apportare agli impianti in questa fase di frenata. Al momento della ripartenza sarà fondamentale essersi rafforzati, per non perdere quote di mercato».

Spada comunque invita a ragionare su un assurdo: «Prima in Italia e poi in tutto il mondo impianti di questo tipo sono nati in vicinanza a dei poli di estrazione di gas. Al largo di Ravenna sono iniziati i lavori di workover sulle piattaforme per aumentare la produzione di metano nazionale. La produzione di urea – fa notare – è un anello della catena strategica rappresentata dalla filiera agroalimentare. Dovremmo direzionare una quota dell’utilizzo del gas ravennate a questi impianti, invece che farcelo portare dall’Egitto, come in questo momento avviene. Ed appare un vero assurdo che questa scelta non sia ancora stata operata».

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