L’Adriatico è sovrasfruttato, critica la situazione della pesca

La pesca del Mediterraneo è insostenibile: tra tutti i mari europei è quello più al collasso. La situazione è particolarmente critica nell’Adriatico, dove alici e sardine, oltre al nasello, sono tra le specie più colpite. Quest’ultimo pesce ha un tasso medio di sovrasfruttamento 5,5 volte superiore a quello sostenibile, con picchi che raggiungono anche le 12 volte. È quanto emerge dal nuovo report di Legambiente sulla fauna in Italia che fotografa anche la condizione delle specie marine. Se il tonno rosso e il pesce spada hanno avuto un recupero delle popolazioni grazie alle misure che regolamentano le catture, è dunque andata peggio al nasello. La condizione delle acque italiane è critica, anche a causa dell’introduzione delle cosiddette specie aliene, che minacciano la biodiversità degli habitat. Tra queste, anche la Ruditapes philippinarum, la vongola filippina, meglio conosciuta come “vongola verace”. Più del 30% dei pesci cartilaginei (come squali o razze, per intederci) è minacciato e 39 delle 73 specie che sono state classificate nel Mediterraneo sono fortemente a rischio.

Secondo uno studio del 2018 della Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli, l’88% dei pescatori intervistati pesca regolarmente squali. Si tratta di circa 42mila tonnellate di Squalo smeriglio, mako, squalo volpe pelagico e tra loro, anche 25mila verdesche. Secondo il progetto Life Delfi sono circa 180 i mammiferi marini che vengono trovati morti ogni anno lungo le spiagge italiane. L’interazione con le attività umane è responsabile di almeno il 30% degli spiaggiamenti. Proprio nel mare Adriatico, tra il 2012 e il 2015, sono stati 24 i tursiopi morti per interazioni con attrezzi da pesca (7 in Italia, 3 in Slovenia e 14 in Croazia). Il cetaceo più raro e a rischio di estinzione del Mediterraneo è, secondo lo studio, il delfino comune. Il crollo del numero delle sardine in mare, infatti, lo starebbe affamando. Ecco, dunque, una delle cause indirette delle attività dell’uomo in mare.

Il riscaldamento globale è uno dei temi più prioritari nelle agende dei governi, specie di quelli che hanno chiaro il costo dell’insostenibilità ambientale.

Le conseguenze sul territorio e sulle popolazioni, spesso gravi, hanno spinto i governi a porre un’attenzione primaria anche verso quei fenomeni naturali che avvengono in un lasso di tempo di decenni e, per questo, destano un allarme sociale che appare non proporzionato al reale pericolo. Tra le tante zone che in Italia destano molta attenzione, sono la laguna Veneta e il nord Adriatico, le coste del Basento e della Sicilia, isole Eolie comprese, ma ci sono situazioni molto simili anche in altri paesi: nei territori dei delta dell’Ebro in Spagna, del Nilo in Egitto o del Rodano in Francia il fenomeno è molto evidente. E nel mondo tante altre zone costiere rischiano di essere abbandonate se le condizioni di vita dovessero essere compromesse dalla conquista di terra da parte del mare.

L’Ingv (l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) è capofila del progetto Savemedcoasts-2: i ricercatori vogliono non solo studiare gli effetti dell’aumento atteso di livello del mare nel Mediterraneo ma anche preparare materiale didattico e divulgativo sul fenomeno, per aumentare la consapevolezza nella popolazione. All’iniziativa partecipa anche la protezione civile europea. Per questo, sul sito web www.savemedcoasts2.eu è possibile partecipare a un questionario, del tutto anonimo, che ha lo scopo anche di capire quali sono gli aspetti del problema su cui, secondo i cittadini, è più urgente intervenire.

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