Il Laboratorio Unico di Pievesestina trabocca di tamponi da analizzare, i giorni per ricevere il responso diagnostico su un test eseguito si allungano sempre di più e quelli di attesa del proprio turno per un controllo a fine quarantena che possa significare la guarigione in caso di positività, vanno spesso già oltre la scadenza stabilita del decimo giorno. Basta sommare questi addendi e qualunque sia l’ordine in cui li si pone, il risultato è il medesimo: il sistema di tracciamento per l’individuazione dei positivi al Covid è al limite del cedimento strutturale anche in Romagna.

Allargare le braccia e dichiarare la resa per eccesso di contagio? No, anche se ogni giorno vengono analizzati sul territorio quasi 5mila test molecolari – più che triplicati rispetto al periodo della prima ondata pandemica – il Dipartimento di Sanità Pubblica vuole difendere quella che per la sua direttrice Raffaella Angelini «resta la nostra arma migliore contro il virus dopo la responsabilità individuale». Come riuscirci? Attuando una vera e propria “rivoluzione dei tamponi” su scala romagnola. Possibilmente già dalla prossima settimana se il necessario adeguamento organizzativo, dei sistemi informatici e addestramento del personale, verrà completato in tempi rapidi come… i tamponi.

Già, perché «per alleggerire il laboratorio e non fare saltare per aria il tracciamento», la Sanità Pubblica vira con decisione sui test rapidi antigenici. Non sarà una “inversione a U”, ma un cambio di rotta sì. Eccome. «Dobbiamo assolutamente riorganizzarci e lo stiamo facendo allo scopo di spostare un numero importante di test da molecolare ad antigenico, abbassando la quantità dei primi – spiega Raffaella Angelini -. I tamponi analizzati attraverso metodi molecolari, li terremo per la diagnostica dei sintomatici e per il controllo dei contatti stretti dei casi positivi. Gran parte delle altre situazioni, invece, verranno testate attraverso tampone antigenico, i cui tempi di lettura sono molto più rapidi e ci consentiranno di avere risposte su 100 test ogni ora. Se si pensa che solo del territorio di Forlì-Cesena siamo arrivati ad analizzare 1.500 tamponi al giorno, questa quota la raggiungiamo con quelli rapidi in 15 ore».

Nel dettaglio, le casistiche che passeranno allo screening antigenico sono quelle che maggiormente ingolfano il motore. «I test rapidi si applicheranno alle verifiche periodiche sul personale sanitario degli ospedali e delle case di riposo, nei luoghi di lavoro, nella diagnostica di fine quarantena e nelle scuole per gli alunni e docenti delle classi dove sono emerse positività. Non potendoli fare dentro gli istituti, gli studenti continueranno a recarsi nei punti “drive trough” dove, però, i test verranno divisi tra molecolari ed antigenici e saranno elaborati da due strumentazioni distinte».

L’auspicio è «avere messo a punto tutto all’inizio della prossima settimana e poi partire subito». Cambierebbe tantissimo, anche nei tempi di risposta e nell’abbassare il rischio che, in attesa di un tampone da effettuare o un referto da comunicare, si verifichino leggerezze individuali che causino contagio. «Certo e non voglio negare l’evidenza – commenta la direttrice della Sanità Pubblica -. Siamo talmente sovraccarichi che peggiora la capacità di circoscrivere il virus. Ormai avere referti dei tamponi in 24 ore è sempre più difficile, spesso servono anche 3 o 4 giorni; passa sempre più tempo tra l’individuazione di un contatto, il suo isolamento e la somministrazione de test; e ormai sono sempre più coloro che trascorsi i 10 giorni d’isolamento ci chiamano perché nessuno li ha convocati per il controllo. Noi dobbiamo dare priorità alla ricerca di nuovi casi e questo si ripercuote sui potenziali guariti che liberiamo in ritardo. Capisco la loro rabbia».

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