La voglia di vita di Leopoli, simbolo della resilienza ucraina

C’è folla all’imbrunire a Leopoli. La gente si accalca tra i vicoli del centro storico della più bella città d’arte dell’Ucraina come in qualsiasi altra città europea. C’è voglia di vita, voglia di normalità. Siamo entrati nell’ottavo mese di guerra e l’emergenza è diventata routine. Gli ucraini hanno saputo fare di necessità virtù continuando, dove è possibile, a condurre tutte le attività quotidiane del tempo di pace. Anche se si trova a più di mille chilometri di distanza dalle zone dove il conflitto è più accanito, la Galizia, la regione di Leopoli, contribuisce dalle retrovie all’organizzazione di una straordinaria resilienza che ha consentito all’Ucraina di superare le drammatiche fasi iniziali quando sembrava che il paese potesse crollare da un momento all’altro sotto il peso dei cingoli dei carrarmati russi via terra e dall’alto sotto la pioggia improvvisa di missili provenienti da ogni angolo del cielo.

Dalla Galizia sono passati milioni di profughi che si muovevano, come in un esodo biblico, verso il confine polacco in cerca di un rifugio sicuro. La maggior parte di loro ha trovato ospitalità nei paesi dell’Unione europea che non ha lesinato risorse per facilitare l’ingresso e la protezione temporanea. Quasi 700.000 di questi si sono fermati a Leopoli dove l’amministrazione locale ha provveduto in tempi brevi ad una sistemazione provvisoria ma dignitosa. In direzione opposta, invece, transitano gli aiuti umanitari che le organizzazioni internazionali e le associazioni di volontariato fanno affluire e distribuiscono verso gli oblast orientali dove infuriano i combattimenti e la popolazione che è caparbiamente rimasta si prepara ad affrontare l’inverno in condizioni spaventose. L’obiettivo di Mosca è quello di trasformare tutta l’Ucraina in un’immensa catastrofe umanitaria aumentando ancora di più la pressione migratoria verso l’Europa. Per la spregiudicata strategia russa, i migranti sono una delle tante opzioni da lanciare strumentalmente come una bomba sul terreno della guerra ibrida per spaccare le opinioni pubbliche indebolendo la coesione dell’Ue. La stupenda chiesa barocca di Sant’Andrea trabocca di fedeli accorsi per il rosario della sera. Nella piazza antistante i monumenti avvolti dalle impalcature e impacchettati con imbottiture di protezione che lasciano solo intuire i contorni rammentano che la guerra non risparmia la memoria del passato. Per il Cremlino non esiste un’identità nazionale ucraina; ogni eventuale testimonianza che attesta il contrario va distrutta e rimossa anche se la storia non si può revisionare o cancellare.

Eravamo in tanti nel moderno seminario greco-cattolico situato alla periferia di Leopoli dove una delegazione di sindaci italiani ha incontrato gli omologhi della regione. L’iniziativa, promossa dal Movimento Europeo per l’Azione Nonviolenta, aveva lo scopo di tracciare un percorso comune di solidarietà attiva gettando le basi per progetti di supporto e cooperazione da iniziare adesso per sviluppare poi, quando le armi taceranno e, si spera presto, cesseranno le ostilità. Il documento finale sottoscritto dai sindaci si articola su cinque punti che riguardano in particolare l’amministrazione condivisa, la sussidiarietà e l’accoglienza diffusa contemplando una serie di azioni a sostegno delle comunità ucraine che stanno affrontando l’emergenza umanitaria, della ripresa economica, degli scambi culturali e della formazione scolastica.

Gregorio Arena, il fondatore dell’associazione Labsus (Laboratorio per la Sussidiarietà), nel lanciare la proposta di patti per la ricostruzione partecipata ha sottolineato come i progetti in materia non possono essere lasciati solo agli urbanisti ma hanno bisogno del contributo decisivo degli abitanti che dovranno vivere nei nuovi quartieri e usufruire dei nuovi spazi. “I cittadini che chiedono di prendersi cura di un bene comune creano coesione sociale”, ha affermato, “quando si gestisce al meglio un bene comune, ad esempio un’area verde o un parco giochi, si arricchisce tutta la comunità; quando, invece, un bene comune si deteriora è l’intera comunità a rimetterci”. In Italia sono già 280 i comuni che hanno sottoscritto patti di collaborazione con i cittadini giuridicamente regolati, altri seguiranno. Si spera che le municipalità ucraine in collaborazione con quelle italiane possano imboccare la stessa strada. La pace si costruisce dal basso; le comunità locali, in questo senso, giocano un ruolo fondamentale.

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