Il Corriere Romagna continua il diario della pandemia: la psicologa Elisa Ridolfi racconta gli “incontri” tecnologici
di ELISA RIDOLFI*
RIMINI. Che poi questa “cosa” che ci è capitata tra capo e collo, qualcosa ci lascerà? Mirco si augura che i più “grandi” imparino qualcosa da questa disgrazia… Noi nel nostro piccolo abbiamo imparato, stiamo imparando e continueremo a farlo. Abbiamo imparato a fare le videochiamate… Chi l’avrebbe mai detto due mesi fa? Fare le videochiamate… chi l’aveva mai fatto? E in soli due mesi, eccoci qua… Abbiamo già acquistato dimestichezza con quella tecnologia che ci sembrava tanto lontana e tanto nemica.

È un incontro
Fare una videochiamata non è come fare una telefonata, forse la prima volta sì, ma poi capisci che è un incontro, è una visita a casa di una persona che altrimenti non potresti vedere, è qualcuno che ti bussa alla porta in un momento in cui il campanello non suona mai. Ed allora ci ritroviamo insieme, su uno schermo diviso in tre parti, con i nostri volti e dietro le nostre cucine, i nostri salotti… Ognuno di noi apre le proprie case, si crea un’intimità ed un legame che innalza ad un livello superiore ciò che al Centro abbiamo creato.
E allora prendiamocelo questo legame, è un regalo – forse l’unico – che il Covid-19 ci ha fatto. Eravamo già uniti, già legati, ma ora lo siamo di più: ognuno di noi è entrato nella casa dell’altro, e questo ci unisce in modo inspiegabile.

Come essere insieme
Non è una telefonata, si inizia a parlare come se lo fosse, ma poi ci si accorge che si conversa come se si fosse assieme, in un flusso di pensieri e di argomenti che in una telefonata non ci sarebbe. Si parla non come se fossimo al telefono, quello che lo siamo dimenticato, si parla come se fossimo attorno ad un tavolo, davanti ad un caffè, «così è come essere al Centro». I familiari che si trovano al loro fianco, fanno capolino, ringraziano «quello che state facendo è davvero bellissimo!».
Marina guarda lo schermo: «È proprio bella questa sorpresa che mi avete fatto oggi, non me lo aspettavo» … E dall’altra parte Flavia dice «da una cosa brutta è nata questa cosa bellissima, noi riusciamo a vederci comunque». Le persone, le nostre persone, non se lo aspettavano che saremmo arrivati a loro anche in una situazione come questa, e con questa forza, con questa «cosa così grande», li abbiamo sorpresi, con la nostra presenza, con il nostro esserci, in un modo nuovo anche per noi, in un periodo di assoluta distanza.
Dobbiamo ricordarci questa esperienza, anche dopo, quando tutto sarà passato: abbiamo imparato ad essere vicini anche senza vederci e questa cosa non si può mettere via, nel dimenticatoio… «quando ritorneremo saremo più forti e più vicini di prima, grazie a questa cosa», dice Mirco.

Cappelletti e lettone
E anche per me, che sono a casa con la mia famiglia, potere entrare per qualche ora al giorno nella casa delle persone del Centro, mi dà una boccata d’aria, a fine giornata mi sembra di aver passeggiato con Marina mentre mi fa vedere il cedro che suo marito piantò nel loro giardino, di aver incontrato Vittoria mentre mi racconta di quando i suoi cinque figli erano piccoli e se li portava a dormire tutti nel lettone ed era la mamma più felice del mondo, di aver mangiato con Tina mentre mi racconta cosa mette nel ripieno dei cappelletti. E se loro mi ringraziano «per questa opportunità che ci state dando», io ringrazio loro perché ogni giorno di più mi rendo conto che stiamo facendo una cosa davvero grande, ma che la stiamo facendo con loro.
Chiudo gli occhi e penso alle videochiamate di oggi, e vedo Vittoria che fa per abbracciarmi appena scorge il mio viso sullo schermo e mi dice «io non vedo l’ora di vedervi, sto bene a casa ma il Centro non lo batte nessuno»; vedo Giulia che prima della videochiamata si mette un filo di rossetto per me; vedo Giorgia che con gli occhi lucidi riesce solo a dire «io non me l’aspettavo, oggi, voi due, proprio qui»; vedo Tina che dice «se ci vediamo ci ricordiamo meglio»…

La magia che fa cilecca
E l’immagine più bella di tutta questa situazione così surreale che stiamo vivendo è quella di Renata: sta facendo uno dei nostri esercizi quando la chiamo, scrivere un pensiero sulla primavera. Me lo legge tutto di un fiato, è contenta di poter condividere quel momento con me e conclude dicendo «la primavera è come una fata che con la sua bacchetta porta la gioia nelle nostre vite, solo che quest’anno la magia non ha funzionato». Mentre legge questa frase, si commuove, «scusami, ma mentre la scrivevo mi è venuto da piangere»… E penso che questa immagine bellissima sia un altro regalo di questa nuova avventura.
*psicologa (4-continua)

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