La Verdesca, maestoso squalo presente anche in Adriatico. Il pericolo per l’uomo

CESENATICO. Parlare di “Squali” presenti nell’alto Adriatico può apparire per lo meno strano, in tutti i casi un argomento poco noto se non dai più sconosciuto. Ebbene ci sono, tra tutti mi preme dedicare questa nota a uno di questi, al più maestoso: alla Verdesca. Uno squalo che può raggiungere i 3,3 metri di lunghezza, viene anche chiamato “Squalo azzurro” per il blu dell’area latero-dorsale, chiara, biancastra quella ventrale. Ha abitudini pelagiche, il suo areale riguarda i mari tropicali e temperati dell’intero pianeta. Frequenta le acque aperte lontano dalla costa, è un grande predatore di pesce azzurro e calamari.

La presenza in Alto Adriatico

Oltre a trovare nel nostro mare un adeguato pabulum alimentare vista l’abbondanza di sardine e acciughe, l’alto Adriatico rappresenta anche un sito ottimale per le fasi riproduttive e di nursery. I giovanili di questo straordinario pesce passano i primi anni di vita in quest’area, il fatto è ben documentato dalle frequenti catture di esemplari di piccola taglia dalle cosiddette “Volanti”, pescherecci che in coppia operano con l’intento di intercettare i banchi di pesce azzurro. Gli stessi pescatori sportivi con canna hanno avuto l’occasione di imbattersi in piccoli di verdesche, dai più in genere slamate e rilasciate.

Incontro al Paguro

La incontrai una sola volta nel nostro mare, verso la fine degli anni ’70 in una immersione sul relitto della piattaforme “Paguro”. Quel giorno l’acqua non era particolarmente limpida, riuscii a intravvedere un’ombra sulla parte alta del relitto mentre si allontanava, una silhouette particolarmente allungata, snella, poi le sue lunghe pinne pettorali, inconfondibile, era lei. Leggendo informative sulle sue abitudini e sui siti che promuovono immersioni mirate a incontri certi con questo squalo, trovai un richiamo sull’arcipelago delle Azzorre, territorio portoghese in pieno Oceano Atlantico, a metà strada tra Lisbona e New York. Lì andai nel luglio del ’21. Il diving di appoggio organizzava immersioni con gommoni oceanici, arrivati sul sito venivano distribuiti su due cime, una a poppa l’altra a prua, i pochi subacquei. Si provvedeva quindi alla pastura con sangue e scarti di tonno prelevati di una vicina fabbrica di inscatolamento. Gommone alla deriva su un fondale di 500 m, dopo qualche minuto la prima verdesca, altre arrivarono nel giro di una decina di minuti. Erano esemplari adulti attorno ai 3 m di lunghezza, confidenti e curiosi, nessun atteggiamento che potesse far credere a una sorta di aggressione. Diversi buoni scatti (un paio qui riportati) mi hanno consentito di documentare con immagini le caratteristiche di questo superbo pesce altrove difficile da incontrare.

Il pericolo per l’uomo

Il suo nome viene riportato tra le specie potenzialmente pericolose per l’uomo. Sono descritti diversi casi tutti riferiti a disastri marittimi, soprattutto nel periodo bellico con feriti in acqua, il sangue in questi casi attira gli squali pelagici che entrano in una sorta di “frenesia alimentare”. Anche quelle specie che abitualmente mostrano solo curiosità e confidenza nei confronti dei subacquei in quelle circostanze possono diventare pericolose. Celebre il disastro dell’incrociatore statunitense “Indianapolis” affondato nel mare delle Filippine da un sommergibile giapponese il 30 luglio 1945, a pochi mesi dalla fine della seconda guerra mondiale. Durante i quattro giorni di attesa dei soccorsi, la maggior parte dell’equipaggio perse la vita per disidratazione e attacchi da squali. Non vi sono dati certi sulle specie che contribuirono al disastro, si parlò di squali pelagici, tra questi senz’altro gli Squali longimano, le Verdesche e i Mako …. padroni indiscussi di quelle acque.

* presidente Fondazione

Centro Ricerche Marine

Cesenatico

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