La Valdoca di Walter Galli, il poeta della semplicità

«Prema ch’e’ sia trop tèrd / bsugnarà pu ch’a v’ scórra dla Valdóca» (Prima che sia troppo tardi bisognerà pure che vi dica della Valdoca). La Valdoca è un quartiere di Cesena. I versi citati, scritti nel 1973, sono di Walter Galli. Secchi. Prosastici.
Galli è il poeta che ha fatto della semplicità, della “povertà” lessicale uno stile; che ha collocato la sua vita in un alone di riserbo; che ha espresso le “ragioni” della sua gente: il popolo minuto della Valdoca.
Ma non si tratta solo di contenuti, si tratta prima di tutto di forma. Se è vero che le storie di Lello Baldini, per citare un altro eminente poeta in romagnolo, si possono raccontare solo in dialetto, per Galli il dialetto è una necessità interiore. Per dire di loro; per essere loro: quelli della Valdoca. Una lingua. Un microcosmo sociale. Un cantore. Un’armonia inestricabile che conduce alla poesia.
«T’é tnù impedì e’ passag pr’un dopmezdé […] E’ mi Fafin, cs’el, t’ci dvantè mat? / butét da la finestra própri òz! // E’ Corpusdomini l’è ferum sotta e’ sol / la màchina de Cont la n’pò passè (Hai bloccato il traffico per un pomeriggio […] Caro Fafin, ma dico, sei diventato matto? Buttarti dalla finestra proprio oggi! Il Corpus Domini è fermo sotto il sole, la macchina del Conte non può passare)». Questi versi, intitolati E’ rompacaz (pudicamente tradotto Il guastafeste) e compostida Galli nel 1960, esprimono icasticamente ciò che ho cercato di dire poc’anzi. Raccontano, inoltre, il senso di ribellione – che qui s’esprime col suicidio – verso un potere oppressivo e inossidabile rappresentato (come hanno osservato Dino Pieri e Maria Assunta Biondi) dalla triade: padroni, chiesa e patria: quest’ultima qui non compare ma è ricorrente. Cito, a esempio, Un bèl viaz (Un bel viaggio) degli anni Cinquanta.
Insisto sulle date per un motivo. Se è vero, di fatti, che il Copernico (come l’ha definito Lello Baldini) della poesia neodialettale romagnola è Tonino Guerra, Galli gli sta a ruota. Non dispone della vivacità di Tonino. Della sua voglia (e capacità) di rompere i recinti della provincia santarcangiolese. Di andare a Roma. Preferisce, Walter, restare nella sua Valdoca. Sta di fatto, però, che le prime poesie di Galli risalgono all’inizio degli anni Cinquanta. Walter dunque è lì. A ridosso dell’uomo solo al comando, tra i precursori del rinnovamento dialettale romagnolo.
Nondimeno per la prima pubblicazione in volume occorrerà aspettare La pazìnzia (La pazienza) del 1976. Fino a quella data suoi versi appaiono su rivista, oltre che nell’antologia Fiore della poesia dialettale (1961), a cura di Marco Dall’Arco. Alla prima raccolta seguiranno poche altre, oggi tutte riunite nella «seconda edizione riveduta e ampliata» di Tutte le poesie (Il Ponte Vecchio) a cura e con notevole postfazione di Riccardo Caporali.
S’è già accennato ai modi poetici di Galli. Ma per dire meglio faccio ricorso a uno dei suoi primi lettori, Nino Pedretti, altro grande poeta romagnolo. Spiega Pedretti che Galli «usa nelle sue composizioni una sorta di zampata finale che coglie il lettore di soprassalto e gli fa rivedere la poesia in una luce completamente nuova e improvvisa». Non solo: «Anche in termini stilistici vi è sempre uno scatto a contrasto (sia un’avversativa temporale, o un’ipotetica sorniona, o una parenetica aggiuntiva messa lì quasi per caso) giunture e cardini stilistici che promuovono il ribaltamento e lo scatto della tagliuola […]. Galli fissa così in modo indimenticabile situazioni, figure, tragedie, persone di un perduto angolo di mondo, di un perduto modo di esistere», che solo la poesia può sollevare dal rumore assordante della civiltà moderna.
Grande poesia, dunque, quella di Galli, dove «il sublime, per stupenda antifrasi, è raggiunto – spiega Barberi Squarotti – attraverso la lingua più spoglia e aspra, le figure più umiliate e vinte».
Un plauso all’editore, Il Ponte Vecchio, per la pubblicazione dell’opera completa del Nostro e nel medesimo campo di quelle – se non dimentico qualcuno – di altri due poeti romagnoli eminenti: Gianni Fucci e Nevio Spadoni.

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