La tempesta perfetta che scatena la speculazione

Nelle ultime due settimane il suo storico fornitore croato gli ha modificato il prezzo di vendita per ben tre volte e ad una richiesta di spiegazioni, la risposta è stata piuttosto esaustiva: «Mi dispiace Francesco, ma quest’anno speculo, speculo e speculo». Ciò di cui parla Francesco Fabbri – titolare della Ricci Pietro, azienda ravennate tra le leader a livello nazionale nella commercializzazione di pellet – è un modo di fare impresa nel quale le regole sono oramai tutte saltate. Un contratto non delinea più i contorni di un impegno che deve essere onorato, ma rappresenta solo e semplicemente carta, cestinabile come fosse una fotocopia venuta male. Di conseguenza gli accordi non hanno alcun valore e, anche quando ce l’hanno, durano il tempo di un battito di ciglia, con la conseguenza che a farla da padrone diventa l’isterismo, e il ricatto l’arma per una speculazione forsennata, che ha spinto i costi talmente in alto da diventare quasi insostenibili.

Prima di parlare del suo specifico settore di riferimento, vorrei parlare, più in generale, di cosa voglia dire oggi fare impresa. Lei afferma che, sostanzialmente, non vi sono più regole. Mi farebbe degli esempi?

«Quello più eclatante risale a maggio di quest’anno. Come sapete tutti, più o meno da ottobre dell’anno scorso i prezzi sono iniziati a crescere. Le “mazzate” sono state non indifferenti, ma comunque ancora gestibili. A partire da marzo, però, è saltato tutto e alla fiera Progetto Fuoco di Verona, che si è tenuta appunto a maggio, siamo rimasti tutti senza parole, perché i fornitori hanno girato tutti gli stand per dire che i contratti firmati non valevano più nulla e che avremmo dovuto accettare un aumento immediato dei prezzi del 20% circa».

Sappiamo tutti che la parola “affari” mal si concilia con la parola “etica”, ma una firma su un contratto dovrebbe avere un valore anche di natura legale. Come possono non tenervi fede? E perché non siete andati in causa?

«La risposta, purtroppo, è cruda e molto semplice. Quando abbiamo provato a far valere le nostre ragioni, la risposta è stata questa: o accettavamo gli aumenti richiesti, oppure il fornitore avrebbe ottemperato all’accordo siglato, ma da quel giorno in poi non ne avrebbe più fatti di nuovi. Lei capisce che in un periodo così complesso e nel quale, tra l’altro, il nostro è un prodotto in crescita come richiesta, perdere un fornitore vuol dire rischiare grosso».

Insomma, siamo all’economia del ricatto…

«Direi che ci siamo molto vicini».

Da maggio ad oggi qualcosa è cambiato?

«Al momento direi proprio nulla. Guardi cosa sta accadendo con il mio storico fornitore in Croazia. Il 25 agosto abbiamo chiuso un contratto di fornitura di pellet al prezzo di 450 euro a tonnellata e consegna a settembre. Una volta firmato il contratto ho dato il via alle vendite, calcolando un margine di guadagno sulla base di quel valore. Il primo settembre mi chiama per dirmi che quel prezzo non riesce più a mantenerlo e passerà a 500 euro a tonnellata. Martedì 6 è diventato definitivo a 530 euro. Pensi che fino al 2019 i prezzi di acquisto che concordavamo avevano una durata di tre mesi. Oggi di sette giorni».

E lato trasporti? Qual è la situazione?

«Come sopra, se non addirittura peggio, perché in questo caso l’isterismo è talmente elevato che, se parliamo di trasporto su gomma, io ad oggi non so nemmeno quanto mi costa».

Cosa intende?

«I contratti anche qui sono stati stracciati e i prezzi vengono stabiliti in fase di fatturazione sulla base del prezzo del diesel in quel mese. Tradotto: scopro quanto mi costa solo quando vedo arrivare la fattura».

E come è possibile decidere un prezzo di vendita in queste condizioni?

«La domanda è corretta, ma non ha una risposta. Non si può fare programmazione e viviamo col terrore di assumerci degli impegni con i nostri clienti che poi non potremo rispettare».

Lei dal 2006 opera nel mercato del pellet, un prodotto che fino a un anno fa costava circa 5 euro al sacco (da quindici chili) e oggi è salito a 13 euro. Cosa è accaduto?

«Due fattori stanno scatenando questa problematica. Parto dal più banale che si chiama guerra. L’embargo sui prodotti russi e bielorussi, oltre alla chiusura delle fabbriche ucraine, ha portato a una carenza di circa tre milioni di tonnellate di pellet sul mercato. Ciò ha dato il via a politiche protezionistiche degli altri paesi produttori, con la conseguenza che oggi c’è meno materia prima e più richiesta».

E la seconda motivazione?

«Il pellet ha due tipologie di mercato: quello domestico – per il quale l’Italia è il più grande consumatore mondiale, pur producendone solo il dieci per cento – e quello industriale, per la produzione di energia elettrica. Storicamente questi due mercati non si sono mai incrociati, ma data la scarsità di risorse, quest’anno l’industria ha acquistato prodotto che solitamente finiva nel domestico».

Ma in che modo, questo, avrebbe influito sui costi con percentuali tanto elevate?

«Abbiamo visto tutti quanto stanno guadagnando le imprese che producono energia, dato che il prezzo è parametrato a quello del gas, che è in crescita costante. Questo ha fatto sì che le grandi compagnie abbiano sbaragliato il mercato, perché quello che solitamente viene pagato 400 euro a tonnellata, loro lo acquistano a 1.000 euro, continuando ad avere ampio margine per ricavarne ingenti profitti».

La conseguenza per voi, immagino, è stata quella di dovervi trovare nuovi fornitori. Dove siete andati a bussare?

«Noi stiamo ampliando, in particolare, la nostra rete in Sud America. Il problema è che anche in questo caso la speculazione sulla logistica genera non poche difficoltà».

Si riferisce al prezzo dei noli marittimi? A che cifre sono arrivati?

«Dopo il Covid e i problemi verificatisi nel canale di Suez, il sostanziale monopolio delle compagnie navali ha portato a questi prezzi: per la tratta Brasile-Italia un container è passato da 500 dollari a 9mila dollari. Le ricordo che stiamo parlando di merce per un controvalore di 3mila euro circa».

Tirando le fila del discorso: oggi di quanto sono aumentati i vostri costi?

«Più del doppio, ma per fortuna il nostro è uno dei prodotti più richiesti del momento, quindi riusciamo a scaricare parte dei maggiori costi sui nostri clienti. Mi chiedo come stia facendo, invece, chi opera in settori meno fortunati, perché tanto siamo tutti sulla stessa barca».

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