“La tempesta” di Shakespeare al teatro Galli di Rimini

Un inno al teatro. Alla sua capacità di trasportare verso dimensioni metafisiche. Magiche. Il nuovo adattamento de La Tempesta di Shakespeare del regista, autore, scenografo Alessandro Serra, una delle più apprezzate firme della scena contemporanea, rievoca il rito, il fascino ancestrale del palcoscenico. Questa sera, domani e venerdì al teatro Gallidi Rimini (ore 21) il capolavoro del Bardo trova nuove antiche suggestioni sulle orme del protagonista Prospero, di Ariel e Calibano.

Chi è Prospero?

«È un uomo complesso, contraddittorio: un potente che trascura i suoi doveri di governatore per dedicarsi alle arti liberali – spiega Alessandro Serra –. Lo incontriamo sull’isola al culmine della debolezza umana: un alchimista privo di trascendenza e del tutto votato alla vendetta. È burbero, violento, comico, impacciato, ma anche delicato e fragile».

Quali sono le caratteristiche di questa “Tempesta”?

«Lo spettacolo è molto fedele alla trama. L’isola è la metafora dei luoghi che tutti vogliono usurpare, dall’Ucraina alla Palestina, dove c’è sempre qualcuno che ritiene di essere arrivato prima. C’è il tema del colonialismo: Prospero cacciato da Milano, arriva su un’isola e la prima cosa che fa è liberare e poi schiavizzare Ariel. Lo stesso farà con Caliban. L’isola è il piano di riscontro dell’umana brutalità, della vendetta, dell’odio fratricida. Ma è anche il luogo del perdono. La tempesta è allo stesso tempo un omaggio alla forza magica e politica del teatro».

Un fondale scuro, una scenografia essenziale: alberi, vestiti sospesi, rami e veli bianchi.

«Credo sia una buona scenografia perché riesce ad attivare la visione interiore dello spettatore. La scena sembra semplice ma non lo è affatto: si parte sott’acqua e si finisce per prendere il volo».

Sono presenti collegamenti con l’attualità?

«Oggi assistiamo all’ennesima guerra fratricida e all’ennesimo gioco di ipocrisie ai danni del popolo ucraino. La soluzione, dice Shakespeare, non è individuare un vincitore e un vinto ma, semplicemente, perdonare. Non come un atto che piove dall’alto ma a seguito di un’assunzione interiore di responsabilità. Respirare il dolore del mondo ed emettere l’unica sentenza possibile: perdonare senza riserve».

Come si sconfigge le sete di potere?

«Non c’è cura. In ogni anfratto della società il potere continua a logorare soprattutto chi non ce l’ha, figuriamoci quelli che ne possono disporre a piacimento. In ogni ambiente i meschini si alimentano con l’esercizio del loro piccolo mediocre potere. Il fatto è che quelle piccole violenze generano desiderio di vendetta e allora la catena non si interrompe e le vittime non aspettano altro che un momento di debolezza per farsi carnefici. La soluzione è una sola: far saltare questi giochini perversi, svegliarsi e realizzare di non voler continuare a vivere in un sogno perverso».

Cosa pensa del teatro di oggi?

«Stanno cambiando molte cose, credo in meglio. Gli abbonati stanno scomparendo, e con essi il soporifero teatro vincolato al personaggio televisivo o cinematografico. I giovani guardano Netflix non Canale 5 e perciò sarà dura portare in teatro quegli straordinari attori che guadagnano cifre da capogiro. Allora non resta che restituire al teatro la sua natura primigenia: un luogo in cui si compie un rito collettivo con i corpi e le voci degli attori».

Info: 0541 793811

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