La sua teoria? Campare senza forchetta e cucchiaio

La questione sociale? Il problema della fame nel mondo? Il sovraffollamento della terra? Il pensiero di mettere insieme il pranzo con la cena? Tutto risolto: basta non mangiare! Il propugnatore di questa bizzarra teoria – perché di teoria si tratta – è Giovanni Succi (1850-1918), un tipo originale, nato a Cesenatico. Il periodico riminese Italia del 29 giugno 1886 ce lo presenta delineandone i principali tratti somatici e certe sfumature del carattere: «È un uomo più che magro, asciutto, dal viso affilato e d’altezza mediocre. I lineamenti del volto sono marcatamente espressivi, gli occhi – de’ quali uno è un tantino più grande dell’altro – si muovono instancabilmente. Ha due baffetti castani che sembrano due punti interrogativi a rovescio. La sua conversazione, dalla frase passionata e colorita, la mimica di cui non abusa, la pupilla mobile e lucentissima, non sono da pazzo, ma da uomo di mente sana e ben sveglia».

Sveglio, Succi, lo è davvero. In gioventù ha girato per il lungo e per il largo l’Africa e l’America latina; poi, nel 1885, dopo aver sperperato i propri averi, è tornato in Italia e a 35 anni, per sbarcare il lunario, si è messo a fare il fenomeno da baraccone. Con molta fantasia sostiene di possedere un misterioso intruglio che consente di vivere senza mangiare. E per dimostrare la sua geniale trovata sale in cattedra: tiene conferenze, scrive articoli, concede interviste. Predica l’abolizione del cibo; afferma che il digiuno accresce la forza muscolare ed illumina la mente; sostiene di riuscire a non mangiare per oltre 60 giorni, ma preferisce non raggiungere tale soglia perché – dice – a quel punto si comincia «a perdere l’odorato» e ad avere «il respiro faticoso».

Pochi prendono sul serio questi strani discorsi; molti invece prendono Succi per matto. Ma neanche l’esperienza di qualche mese di manicomio alla Lungara (Santa Maria della Pietà, nel quartiere Trastevere di Roma) gli raddrizza le idee. Esce più convinto di prima: abbandona le parole e dimostra con i fatti i prodigi della sua «medicina» sottoponendosi a digiuni che vanno dai tre ai quindici giorni.

Gli esperimenti di questo bislacco, che dice di campare d’aria, attirano la scienza medica e la stampa. «Il mio preparato – sostiene Succi rispondendo ai giornalisti che lo pedinano di città in città – lo bevo solamente una volta al giorno; poi durante la giornata, butto giù qualche bicchiere d’acqua minerale, perocché più che son pulito di visceri e di stomaco, maggiore è la forza che acquisto. I primi tre giorni sto a letto, al quarto mi alzo, al quinto esco, al sesto e così via son capace di fare delle lunghe marce, di fare i miei affari, di leggere e di scrivere magari sette od otto ore di seguito. Ma qui non sta tutto. Col mio metodo guarirò molte malattie, tra le quali la più pericolosa, la… bolletta» (Italia, 6 luglio 1894).

A proposito di bolletta. Non risulta che il Succi con i suoi “spettacoli” a pagamento faccia grandi affari. I digiuni, tuttavia, anche senza gratificazione economica continuano nei luoghi e negli ambienti più disparati. Quando non si fa «murare vivo» esegue le sue prove di astinenza all’interno di «fornaci», cioè dentro stanze ermeticamente sigillate, ed anche all’aperto sotto gli occhi di tutti. Ad assisterlo c’è sempre un «comitato scientifico di sorveglianza».

Nel marzo del 1894 Succi è a Rimini. Nella palestra di via Cairoli si sottopone all’ennesima maratona: «tre giorni e tre notti senza mangiare e dormire». Il biglietto d’ingresso per andarlo a vedere a qualsiasi ora – riferisce Italia il 10 marzo 1894 – è di 40 centesimi.

Nonostante il personaggio solletichi la curiosità del pubblico, non sono molti quelli che si sentono attratti dalla poco edificante esibizione. E così, al termine della “faticaccia”, tolte le spese, a Succi, della trasferta riminese, vanno pochi spiccioli. Un incasso proprio da fame, tanto per rimanere in argomento.

P.S.

Mi rendo conto – e chiedo venia ai cinque lettori della rubrica di «Fatti e personaggi della cronaca riminese tra Ottocento e Novecento» – che in questo caotico periodo di pandemia con bar, ristoranti, pizzerie e tavole calde in sofferenza e habitué della masticazione fuori casa in perenne crisi di astinenza, la scelta di porre l’attenzione su di un individuo come Giovanni Succi sia stata una indelicatezza. Ma dopo i “piaceri” della tavola, scritti per “compiacere” gli amici della Confraternita della tagliatella (Corriere Romagna, 15 e 22 dicembre 2020 e 2 febbraio 2021), ho pensato che fosse giusto tirar fuori anche la grottesca vicenda di un tipetto scientemente avulso dalle ghiottonerie del matterello.

Riproduzione riservata

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui