La strepitosa vittoria socialista nelle elezioni politiche del 1919

La situazione socio-economica del Paese si aggrava di giorno in giorno. Gli scioperi e le agitazioni, sempre più frequenti, danno l’impressione di essere alla vigilia dello scontro frontale. I primi di luglio del 1919 un’ondata di dimostrazioni contro il carovita assume in alcune città italiane tonalità insurrezionali. La protesta, con tumulti di piazza e saccheggi di negozi, si esaurisce nell’arco di una settimana. Riccione vive il momento con apprensione; registra crocchi nelle strade e tanta animazione, ma anche tanta frenata compostezza. Il 20 e il 21 luglio, per lo sciopero generale contro «l’aggressione dei paesi capitalisti alla Russia sovietica», i socialisti esprimono la loro solidarietà ai bolscevichi per i viali della marina. Il buon esito della rivoluzione russa galvanizza le forze di Sinistra e fa apparire prossimo anche in Italia il cosiddetto “ribaltone”.

I vecchi equilibri della politica nazionale, basati sul confronto dialettico tra i partiti liberali e democratici, non godono più dell’antico prestigio. Alla ribalta della scena pubblica sono subentrati i socialisti e i popolari. I due schieramenti hanno programmi socialmente avanzati e sono radicati nel territorio; i primi dispongono di una solida struttura organizzativa e riescono facilmente a manovrare lo scontento; i secondi hanno l’appoggio delle parrocchie, ma devono costruire ex novo tutto l’apparato propagandistico.

A Riccione il partito dei cattolici non ha consistenza numerica per organizzarsi; quei pochi che intendono aderirvi fanno riferimento al “mite” don Agostino Magnani, parroco di San Martino, e al battagliero don Giovanni Montali (1881-1959), parroco di San Lorenzo in Strada. È soprattutto quest’ultimo sacerdote, con il suo attivismo nel propagandare le istanze sturziane, che impensierisce i socialisti.

Il confronto tra le due formazioni in previsione delle elezioni politiche del 16 novembre 1919 – che si svolgono a suffragio universale maschile e per la prima volta con il sistema elettorale proporzionale – è soprattutto sulla carta stampata. Il giornale locale, portavoce dei popolari è L’Ausa, affidata alla penna spigliata e colta di don Luigi Del Monte (1878-1957). Con la direzione di questo sacerdote la contesa diviene aspra fino ad assumere «i contorni di una vera e propria contrapposizione frontale». Il settimanale cattolico tiene informati i propri lettori sulle delizie del «bolscevismo» – un vocabolo nuovo di zecca, anche se, da un po’ di tempo, inflazionato dalla stampa –, che considera «un’oscura minaccia sull’umanità disorientata e dolorante» e «la distruzione materiale di ogni società» (L’Ausa, 23 marzo 1919). Germinal, megafono dei socialisti, irritato dall’arroganza dei “bianchi”, ultimi arrivati e già così incisivi nella polemica verbale e scritta e con la presunzione di ottenere addirittura il consenso delle masse, contrattacca rispolverando l’antico gergo dell’anticlericalismo di maniera. E lo scontro tra L’Ausa, «organo delle beghine», e Germinal, settimanale dei «seguaci del bolscevismo», si fa bollente.

Nelle ultime battute di campagna elettorale l’irruenza dei “rossi” cresce e non si limita solo agli eccessi dialettici: gli oratori cattolici vengono sistematicamente disturbati; ad alcuni è impedito persino di parlare e spesso e volentieri sono malmenati. L’Ausa denuncia settimanalmente «le aggressioni selvagge e vigliacche dei socialisti», senza tuttavia riuscire a frenarne la violenza. «I cannibali rossi – scrive l’8 novembre 1919 – hanno l’istinto della belva: dicono di non volere la guerra e sono assetati di sangue. Vogliono la peggiore delle guerre: la guerra civile».

Il responso delle urne conferisce ai socialisti una vittoria strepitosa. A loro vanno 156 deputati e il 32 per cento dei voti validi; in parlamento rappresentano il “gruppo omogeneo” maggioritario. Crollano i demo-liberali, che ottengono 179 seggi contro i 310 del 1913. I popolari, con 100 seggi e il 20 per cento dei suffragi, riscuotono un’affermazione notevole, soprattutto per dei “debuttanti”.

Nel riminese i risultati elettorali attestano la forte ascesa dei socialisti, che diventano «il primo partito in città come in campagna, lasciando a grande distanza non solo i liberali e i repubblicani, usciti entrambi disfatti dalla prova, ma anche i cattolici». A Riccione e a San Lorenzino la Sinistra ottiene un responso quasi plebiscitario. Su 908 votanti le schede della «falce, martello e spiga» dei socialisti sono 807. Lo «scudo crociato» dei popolari si ferma a 69 preferenze, quasi tutte acquisite a San Lorenzo in Strada.

Dai risultati elettorali, pubblicati da L’Ausa del 22 novembre 1919, è possibile trarre due considerazioni. La prima: i dati confermano che nelle frazioni di Riccione e San Lorenzo la lotta politica è una faccenda, seppure impari, tra socialisti e popolari; i liberali (10 voti) e i repubblicani (0 voti) non hanno alcuna incidenza. La seconda osservazione riguarda il numero elevato degli astensionisti: dei 1.453 aventi diritto al voto, solo 908 si sono recati ai seggi; 545 elettori hanno disertato le urne. La qual cosa dimostra che manca ancora una coscienza democratica e sociale sull’importanza del voto.

La vittoria socialista è lampante e Riccione, «la borgata più rossa del riminese», orgogliosa del successo ottenuto, esprime la propria gioia con un grandioso corteo che dal paese raggiunge San Lorenzo in Strada. La fanfara del partito scandisce L’Internazionale e il popolo lo canticchia alzando il braccio a pugno chiuso.

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