RIMINI. L’editore riminese Interno4 ha deciso di ricordare con una nuova pubblicazione un anniversario sicuramente scomodo: il 7 aprile del 1979, infatti, la polizia operò decine di arresti in tutta Italia a danno di appartenenti alla cosiddetta “area dell’Autonomia”: studenti, operai, disoccupati, comunisti “non ortodossi” che a vario titolo appartenevano alla miriade di sigle in cui era frammentata la sinistra antagonista. Interno4 ricorda quel periodo, in buona parte dimenticato o ignorato, con la terza edizione di “Autonomia operaia. Scienza della politica arte della guerra dal ’68 ai movimenti globali” di Emilio Quadrelli. Due i capitoli inediti: uno è dedicato al processo inquisitorio del 7 aprile 1979 e, in appendice, la riproduzione anastatica della rivista “Linea di condotta”.
Quadrelli traccia la storia della Autonomia degli anni Settanta in Italia tentando di spiegare e motivare come la «questione del potere politico» finì, per alcune frange del movimento, per trasformarsi in «questione militare». L’autore parte da lontano, dalle giornate del luglio genovese del 1960 e della manifestazione del 30 giugno che non si tramutò in tragedia solo grazie alla mediazione del presidente dell’Anpi, Giorgio Gimelli, passando per gli eventi del G8 del 2001, fino ai giorni nostri.
«L’“autunno caldo” – questa la tesi dell’autore – sembrava ampiamente confermare e radicalizzare tutte le intuizioni che le aree teoriche e politiche formatesi negli anni Sessanta, attraverso lo strumento della “inchiesta operaia”, avevano elaborato. L’altro movimento operaio non aveva nulla di bohèmien, eccentrico o fantasioso, non era una suggestione coltivata da eterni sognatori continuamente alla ricerca di un sogno sempre impossibile da catturare. Nessuna utopia millenarista faceva da sfondo all’elaborazione teorica e politica di questo ceto intellettuale bensì, a caratterizzarlo, era il riconoscere la concretezza di un conflitto di classe che, giorno dopo giorno, si mostrava sempre più deciso a dare l’“assalto al cielo”».
Quadrelli afferma che addirittura le masse operaie erano ancora più decise e avanzate rispetto alle aree radicali, in «uno scenario che spostava il baricentro dell’azione dalla radicale conflittualità di fabbrica al conflitto politico tout court. Dalla lotta contro il padrone alla lotta contro lo Stato».
A cosa avrebbe portato tutto questo, lo sappiamo bene: certo, sappiamo che lo Stato, per difendersi o per ripristinare a qualsiasi costo lo status quo, da un certo punto non fece più distinzioni, per cui, nella tesi accusatoria di tanti processi di quegli anni, «le rigide Brigate Rosse e gli Indiani Metropolitani facevano parte di un medesimo progetto politico finalizzato a rendere ingovernabile il Paese, destrutturare lo Stato al fine di aprire le porte alla guerra civile dispiegata».
Ma abbiamo davanti agli occhi anche il cadavere di Moro piegato nella Renault rossa e Marco Biagi, Guido Rossa… tutti coloro che, ritenuti complici della repressione, sono stati assassinati e ci hanno lasciati orfani di un pensiero: di un “assalto al cielo” che forse si sarebbe potuto realizzare anche al loro fianco.

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