La spirale della violenza sfiora anche la borgata di Riccione

Archiviato il capitolo elettorale del 15 maggio 1921, si apre il dibattito sui risultati. I socialisti riccionesi accusano la debacle, ma la ritengono solo una trascurabile parentesi di un percorso politico pienamente appagante. I contrasti, tuttavia, con i comunisti – che continuano a proporre, seppure a parole, «l’abbattimento violento del potere borghese» e la «realizzazione della dittatura proletaria» – e soprattutto le difficoltà che la Giunta Clari incontra nella gestione del Municipio, si traducono in una perdita di smalto.

Lo smalto non lo perdono gli “squadristi”, ovvero le squadre fasciste organizzate militarmente. Le loro rappresaglie contro i sovversivi – termine generico adottato per indicare gli avversari politici sovvertitori dell’ordine sociale – non hanno tregua. E la spirale della violenza dopo Rimini – ci riferiamo alle uccisioni di Carlo Bosi e di Luigi Platania e alla sanguinosa rappresaglia fascista di Santa Giustina – sfiora Riccione, anche se nella forma di una semplice “spacconata”. La vicenda, di poco conto, si riferisce ad un “diverbio” tra il fascista bolognese Dino Grandi (1895-1988) e il socialista riminese Giovanni Grossi. Una bravata. Che ha l’onore del ricordo, solo perché Germinal, il 6 agosto 1921, la incolonna nei trafiletti di “cronaca locale”. Un atto di pura arroganza che qui riproduciamo, dato che da quelle parole si percepisce il clima di quell’estate: «Un eroe. È il fascista Grandi, bolognese, che trovasi a fare la bagnatura a Riccione. Difatti mercoledì aggrediva con male parole e con minacce il compagno nostro Grossi Giovanni, consigliere comunale, il quale erasi recato a Riccione per ragioni di affari. L’energumeno armato di un nodoso bastone, oltre agli insulti i più atroci ha strappato al Grossi un fazzoletto rosso che teneva nel taschino e che fu il movente per la brigantesca aggressione. Sappiamo che il compagno Grossi ha presentato denunzia all’autorità politica, la quale, speriamo, vorrà tutelare la libertà dei cittadini tutti».

Di tutt’altro genere e assai più grave è l’episodio avvenuto il 21 agosto 1921 all’ingresso del paese. Quel giorno fanno la loro apparizione le armi. Ed ecco i fatti. Al mattino si era sparsa la voce che un camion pieno di fascisti si era recato a Cattolica per una “spedizione punitiva”; in precedenza in quella località un litigio tra bagnanti di diverso cromatismo politico era sfociato in rissa. A Riccione la notizia rimbalzava di porta in porta e alcuni “compagni”, tra i più risoluti, armati di «schioppi e revolver», decidevano di aspettare i “manganellatori” sulla strada statale per dar loro una lezione. Dopo varie ore di snervante attesa passò un camion che trasportava un gruppetto di sportivi riminesi di ritorno da una gara motociclistica di Morciano, dove avevano svolto il servizio di «raccolta materiale». I “rossi” appostati dietro le siepi scambiarono le tute scure degli “operai” per le “camicie nere” dei fascisti e iniziarono a sparare all’impazzata. Fortunatamente non ci fu il morto, ma tre ragazzi, Mario Gorini, Libero Battistini e Flavio Lombardini, rimasero feriti. Quest’ultimo lasciò la sua testimonianza scritta di fianco all’articolo di Germinal del 3 settembre 1921. «Il fatto – scrive Flom, pseudonimo di Flavio Lombardini – avvenne realmente con alcuni feriti: Mario Gorini, Libero Battistini, Flavio Lombardini». Il giornale è custodito nella Biblioteca Gambalunga di Rimini.

All’episodio seguirono le indagini della questura e ci furono degli arresti. L’accaduto rimbalzò su tutti i giornali locali e nazionali. Germinal il 3 settembre 1921 liquidò la ricostruzione dell’agguato con la frase: «assurdità messe insieme dalla fantasia di questurini e di giornalisti».

Con il passare dei giorni lo scontro tra le opposte fazioni diventa sempre più duro e gli arresti degli scalmanati da parte delle forze dell’ordine sono di routine. «Il crescente rastrellamento di sovversivi» anziché calmare i bollori incrementa il nervosismo e Germinal, dopo aver parlato di lotta proletaria per mesi e mesi, non se la sente di abbandonare «i compagni colpiti dalla reazione». «Per provvedere alla loro difesa», il settimanale dà vita al «Comitato Pro-Vittime Politiche di Riccione» e fa «appello a tutti i compagni» ad «inviare fondi». La sottoscrizione, che apre nelle sue colonne, fa capo a Remo Galavotti, ex anarchico tutto d’un pezzo rientrato nei ranghi del socialismo (cfr. Germinal, 24 settembre 1921). Ma se c’è chi fa ammenda dei propri “errori” e torna a bussare il vecchio portone di casa, c’è anche chi, uscito dal partito, va ad imboccare nuovi e avventurosi sentieri.

Sul finire dell’estate il “Sol dell’avvenire” è in fase calante e scalda meno del solito. Tra le file socialiste il clima di smobilitazione è palpabile e la prova di questa disaffezione è il calo degli abbonati e delle vendite di Germinal. L’amministrazione del periodico, preoccupata dei conti, il primo ottobre 1921 corre ai ripari e dopo aver constatato che diversi lettori «di Riccione, Cattolica e Morciano» sono indietro con i pagamenti, nonostante continuino ugualmente a ricevere il giornale, tira le orecchie ai “ritardatari” con un severo ammonimento: «se entro la settimana entrante non si metteranno in regola con l’amministrazione del Germinal pubblicheremo il loro nome nella rubrica degli sfruttatori della stampa socialista». Toni aspri, che evidenziano un allarmante nervosismo. Per coprire i buchi finanziari, il giornale è costretto ad aprire l’ennesima sottoscrizioni. Questa volta, a rispondere all’appello sono in pochi: Giuseppe Copioli (L. 2), Emilio Franciosi (L. 2), Vincenzo Galassi (L. 2), Aurelio Ragni (L. 2), Aldo Saponi (L 2), Nicola Saponi (L. 1), Fulvio Tonini (L. 2) e naturalmente Ugo Villa (L. 10), sempre presente e generoso alle chiamate di «solidarietà socialista» (cfr. Germinal, 26 novembre 1921).

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