La scuola e la pandemia, tra regole e disagi

Nelle scuole italiane è sicuramente uno dei temi più delicati da affrontare, ovvero le regole di comportamento, dalle relazioni con i docenti all’abbigliamento degli studenti. Temi che tornano, ora resi più “scottanti” dalla pandemia e dagli effetti di questi due anni del tutto anomali per la scuola. Sul fronte abbigliamento le tensioni spesso “esplodono”: dal caso dei ragazzi in pigiama in classe a Rimini alla professoressa che a Roma ha apostrofato una studentessa poco vestita evocando la via Salaria, luogo in cui spesso ci sono le prostitute. L’insegnante con tutta probabilità voleva intendere un semplice «Stai composta, per favore, che sei a scuola», ma in quel caso certamente si poteva fare di meglio.

«Partiamo pure dall’abbigliamento a scuola, il discorso è complesso e articolato: questa discussione ciclicamente ritorna nel dibattito pubblico e dimostra come le istituzioni scolastiche abbiano difficoltà a comprendere le nuove generazioni e i cambiamenti di mentalità, che certamente la didattica a distanza e la pandemia hanno accelerato togliendo spazio ai ragazzi – afferma Giulia Troiano della Rete degli studenti medi di Forlì – Le nuove generazioni devono avere la libertà di vestirsi liberamente a lezione, pur capendo sempre il contesto ma senza moralismi dialettici, che dimostrano il sintomo di mancanza di comprensione, già manifestata precedentemente. L’episodio di Roma è grave perché si é giudicata una ragazza per il suo modo di vestirsi additandola in modo dispregiativo ed è da condannare senza appello. La questione affrontata così, e in questi termini, non porta a niente. Ci deve essere da una parte comprensione degli studenti, che ormai da due anni a questa parte hanno visto gli spazi di socialità e di socializzazione ridotti, dall’altra è inutile continuare con pericolosi moralismi, ognuno ha libertà anche nel vestiario».

Proprio sull’abbigliamento gli insegnanti insistono perché, secondo loro, è anche grazie a queste cose che si impara ad avere rispetto per la scuola. Alcuni aggiungono che avere un dress-code in ambito scolastico può essere utile per prepararsi ad entrare nel mondo del lavoro, dove un abbigliamento giudicato poco consono può portare a non essere assunti o al licenziamento.

Se si parla con gli studenti, però, sono consapevoli dell’importanza di capire e rispettare la differenza tra un ambiente informale come la propria casa e uno formale come la scuola o il posto di lavoro, ma non sono convinti del fatto che tutti i “sacrifici” richiesti siano ragionevoli.

In più, i vari regolamenti scolastici spesso non aiutano a fare chiarezza, ma preferiscono restare sul vago senza specificare che cosa intendano per “abbigliamento adeguato”.

«Noi ci esprimiamo sia con il modo di parlare, sia con il comportamento ma anche attraverso come ci vestiamo e non possiamo essere privati di questa libertà – dice Chiara Ricci studentessa del quinto anno al liceo classico Morgagni -. Questo non significa non essere decorosi, ma non credo che un paio di pantaloncini sopra al ginocchio superino il limite della decenza. Inoltre, non mi è mai capitato di assistere ad una lezione a distanza con compagni in pigiama, la dad non c’entra. Ad ogni modo gli insegnanti sono educatori, però possono farci notare le cose anche in un altro modo».

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