La “Romagna Romana” di Roberto Garattoni: l’intervista

Lo studio della storia antica attraverso le testimonianze archeologiche, scritte e documentali, per dare risposte a tante domande. È il compito che si è prefisso lo storico savignanese Roberto Garattoni con il suo recente “Romagna romana. Cronache del Rubicone antico da Brenno a Giulio Cesare”, edito da Pazzini, che viene presentato oggi alle 17.30 all’Archivio di Stato di Rimini dall’autore con la direttrice Pamela Stortoni.

«Cronaca – sottolinea l’autore – come efficace strumento di presentazione della storia. Mi piace narrarla a partire dal ricorso ai testi degli autori antichi integrandoli col mio commento, l’analisi e la documentazione» (a partire dal fondamentale documento cartografico della Tabula Peutiengeriana del IV secolo d. C.), e il tratteggio dei pareri e dei commenti degli studiosi.

«Fino ai Rolling Stones di “Street of love”, a Bob Dylan – sottolinea Garattoni – tra realtà e immaginazione, nel mito e nella cultura, il Rubicone è un topos e una frase idiomatica. Dai Galli chiomati di Brenno alla conquista romana che ne fece la porta verso la Pianura padana, delle milizie impegnate nelle guerre puniche alla guerra tra Mario e gli ottimati di Silla in cui la Romagna fu la prima a schierarsi dalla parte popolare, pagandone duramente il prezzo come nel caso della presa sillana di Rimini, fino alla “lunga notte del 49”, quella del passaggio cesariano, la Romagna terra di avamposti militari, pionieri e coloni, che vide la nascita di opere imponenti come i ponti e grandi vie come la Flaminia e l’Emilia, che vide divenire Rimini il centro maggior della Repubblica all’incrocio tra nord e sud, limes e via di confine per antonomasia. Il tutto descritto dagli storici del tempo da Cornelio Nepote a Polibio, fino ai moderni come i riminesi Tonini e Nardi».

Garattoni, lei ha voluto muoversi sul filo di quelli che sono stati gli elementi che hanno costituito nei secolo l’identità del territorio.

«Sono partito da coloro che furono nell’anno 1800 fondatori dell’Accademia Rubiconia dei Filopatridi di Savignano, così denominata appunto perché i loro intenti erano, scrisse Giulio Perticari al padre Andrea, di delucidare gli elementi della storia a partire dal Rubicone e di aggiungere argomenti a favore del Fiumicino, il Rubicone di Savignano, riferendosi alla annosa disputa secolare intorno al “Rubicone degli antichi”, che era esplosa soprattutto a metà del Settecento a opera di studiosi cesenati, savignanesi, in particolare il camaldolese Gabriele Maria Guastuzzi e Pasquale Amati, e riminesi, come Jano Planco».

Quale è la particolarmente rilevanza dello studio della colonia di Rimini?

«Il suo limite, che era comunque il Rubicone, poté variare nello varie epoche di sviluppo della bonifica del territorio, coincidendo forse via via con l’Uso, poi col Fiumicino, col Pisciatello, arrivando infine, secondo Giancarlo Susini, al Ronco forlivese. Poi il territorio della colonia di Rimini fu ridotto dalla riforma sillana con la nascita del separato municipio cesenate».

Le vicende narrate dagli autori antichi possono diventare chiave per poter arrivare a decifrare quale fosse stato il vero percorso di Cesare, e, forse, il vero “Rubicone degli antichi”?

«Il punto concordato dai vari autori è la segretezza. L’unica interpretazione sensata su questo punto è che per dissimulare l’intenzione di andare a Rimini, Cesare avesse preso inizialmente il Dismano per Cesena, per poi piegare improvvisamene verso Rimini imboccando la via detta del confine, preferendo, forse all’altezza di Sala (forse l’antica “Ad Novas” della Tabula Peutingeriana) questa deviazione verso la via Emilia (di più facile percorribilità) e verso il passo del Rubicone di Savignano».

Ingresso libero.

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