FORLì. Fermi in posa: difficile restarci adesso, dopo tre mesi d’isolamento e di quasi immobilità. Eppure l’idea di uno sguardo fotografico per descrivere un periodo che si spera irripetibile era nata nell’aprile scorso, in una fase carica di dubbi ma anche d’idee.
E così è stato avviato il progetto “Italia, un racconto silenzioso”, indetto dalla Direzione generale creatività contemporanea del Mibact, che ha selezionato autori per raccontare con le loro immagini il percorso tematico di vuoti e silenzi causato dall’emergenza sanitaria.
L’iniziativa prevede la produzione dei lavori a carico del ministero, l’acquisizione delle opere al patrimonio pubblico e la realizzazione di una mostra con relativo catalogo, in una sede espositiva da definire in collaborazione con l’Iccd (Istituto centrale per il catalogo e la documentazione).
La campagna fotografica volta a valorizzare il patrimonio culturale e paesaggistico italiano, conclusasi nella prima metà di maggio, ha coinvolto l’artista forlivese Silvia Camporesi, che ci ha raccontato di cosa si tratta.
Silvia Camporesi, l’incarico del Mibact prevedeva un lavoro che privilegiasse luoghi identitari o dalle architetture ben riconoscibili? Nelle sue immagini spiccano luoghi poco antropizzati: i dettagli di parchi, spiagge e boschi hanno il sopravvento su spazi noti come il porto leonardesco e il Grand Hotel di Cesenatico o piazza Garibaldi a Lugo.
«Mi è stato richiesto un lavoro autoriale, che valorizzasse il patrimonio culturale e paesaggistico italiano in quel momento di vuoto e silenzio. Non hanno dato limiti o suggerimenti, ma hanno lasciato ai vari fotografi interpellati la totale libertà di interpretazione della richiesta. Ho scelto di lavorare sulle nostre zone, quindi di non superare i confini della Romagna, muovendomi dal mare ai monti, mettendo dentro varie categorie e spaziando da spiagge a piazze, musei e parchi pubblici».
Che cosa ha provato nel raccontare con le immagini il vuoto e il silenzio?
«Un misto di gioia e angoscia. Gioia perché mi sembrava di essere ritornata al periodo di “Atlas Italiae”, quando andavo a fotografare paesi abbandonati in giro per l’Italia, e come in quel caso non ho visto anima viva per interi chilometri. Poi, chiaramente, mi tornava alla mente il motivo del vuoto e mi coglieva una forte angoscia. Allo stesse tempo penso che non mi capiterà mai più di vedere quei luoghi così deserti».
Negli ultimi anni lei ha preferito dedicarsi a ricerche che hanno prodotto immagini senza la presenza umana: una necessità concettuale e quindi una rilettura della realtà. Ha avuto la sensazione che in questi ultimi tre mesi sia stata invece la realtà a modificare e riformare la sua visione concettuale?
«Sì, in effetti è stato così: per un po’ mi è parso che la realtà mi venisse incontro, andando a incrociare le mie tendenze estetiche e di pensiero. Era già successo nel novembre scorso con l’ultimo grave fenomeno dell’acqua alta a Venezia, anticipato dalle mie immagini del 2011. L’arte è come la fantascienza: inventa e a volta l’invenzione è solo un anticipo di quel che accadrà».

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