CESENA. Una rivisitazione originale tra narrazione e documentario dei valori della Resistenza ieri e oggi: Quale patria. I fatti nel cesenate dalla caduta di Mussolini alla Liberazione di Giaime Barducci e Luca Berardi. Lo sguardo dei due filmmaker cesenati di Fucina Monteleone si estende infatti fino alla resistenza palestinese nella Striscia di Gaza. Quella toccata con mano dallo psicologo Gianni Ravegnani, protagonista del film, durante un’esperienza da volontario nella Striscia di Gaza tra il 2007 e il 2008.
Berardi, come è nata la spinta a rivisitare progettualmente alcuni archivi della Resistenza?
‹‹Innanzitutto dalla consapevolezza di dover riaffermare continuamente i valori fondanti dell’antifascismo che, ancora troppo spesso, continuano ad essere messi in discussione. Proprio durante la lavorazione del film, che è durata quasi due anni, si sono rafforzati sul terreno politico e sono tornati in auge sui media gesti, affermazioni, disvalori di matrice xenofoba, razzista e fascista. La seconda importante considerazione è che la memoria e gli archivi non hanno un valore archeologico ma sono materiale vivo che, posto in relazione con l’attualità, può assumere un senso sempre rinnovato››.
In che modo la ricostruzione dei fatti cesenati s’intreccia alla vicenda palestinese?
‹‹Quando abbiamo iniziato a ragionare del film, eravamo alla ricerca di un elemento che riuscisse a legare gli archivi e le differenti testimonianze; un elemento che non fosse semplice “escamotage” narrativo ma che portasse nel film una esperienza reale, intima e personale. L’esperienza vissuta a Gaza da Gianni Ravegnani, il protagonista del film, è stata profonda. Ritrovarsi nei panni di clown dottore, in un territorio sotto occupazione militare, lo ha portato a raccontare, con sguardo poetico, la realtà che aveva di fronte. Il suo particolare punto di vista costringe lo spettatore a guardare le vicende della nostra Resistenza senza la retorica legata a un tempo passato. Il richiamo alla situazione palestinese, ancora viva e drammaticamente attuale, costringe a guardare il film con gli occhi del presente e con un’etica non scontata››.
‹‹Un’urgenza a scrivere questo film», avete sottolineato, avvertita a partire da quanto scrisse Pasolini in “Scritti corsari”: ‹‹Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia››…
‹‹Riteniamo che la memoria non sia qualcosa di immutabile ma che sia in continua trasformazione, a seconda appunto della relazione e dello sguardo con cui ci approcciamo ad essa. Possiamo dire che la memoria è sempre un’opera di ricostruzione e che l’architettura del film, che rimane nel suo impianto un film documentario, mostra chiaramente questo aspetto. Ad esempio, avendo a disposizione pochissimo materiale rispondenti ai fatti raccontati da staffette e partigiani, siamo stati “costretti” a creare un panorama, un’ambientazione del racconto, quasi quello che normalmente fa la mente umana, quando ricostruisce un ricordo mescolando pezzi di verità, pezzi inventati, frammenti di esperienze proprie o riportate da altri, il tutto adattato ai propri valori etici e alla propria esperienza››.
Barducci, in che maniera il film continuerà a essere diffuso?
‹‹Stiamo inviando il film nel circuito dei festival cinematografici, perché crediamo di aver realizzato un’opera che, pur partendo da vicende e archivi locali, affronta temi universali con un linguaggio artistico innovativo. Nel momento in cui potrà ripartire la vita dei cinema, delle arene estive, dei circoli, abbiamo intenzione di fare altre presentazioni nel territorio nazionale, se possibile con la nostra presenza. Stiamo verificando la possibilità di far circolare il film online, in circuiti dedicati allo streaming o perfino ipotizzando l’apertura di un nostro canale distributivo, allargato ad altre opere indipendenti››.
Avete definito il film: ‹‹Un affresco collettivo, così come la Resistenza è stata un atto collettivo››.
‹‹Per questo ringraziamo i partner che hanno reso possibile il progetto, e quindi l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Forlì e Cesena, con le sue fotografie e i filmati sulla Resistenza, e l’Anpi, con le testimonianze di partigiani raccolte in audiocassette da Mara Valdinosi negli anni ’80 e poi da Maurizio Balestra nel corso degli anni Duemila. Fondamentale, poi, il rapporto di coproduzione con la Biblioteca Malatestiana di Cesena che ha reso accessibili i suoi fondi fotografici e anche l’apporto di altri archivi fotografici, tra cui l’Archivio Zangheri, sia con fotografie che con un prezioso filmato inedito amatoriale di una famiglia cesenate girato nell’immediato dopoguerra››.

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