La recensione: “Uccelli” di Martinelli a Pompei

Metti insieme le ragazze più garbate e alla moda del liceo di Pompei con i ragazzi più ritrosì e selvaggi dell’istituto professionale di Torre del Greco. Aggiungi due organetti, una tammorra, poi fischiareddu, putipu e qualche sonaglio; lasciali entrare nello spazio straordinario del Teatro Grande nel cuore del parco archeologico di Pompei e affida loro un testo antico di 2500 anni – Aristofane, “Uccelli”. Ma, soprattutto, “impasta” tutto sotto le mani esperte di Marco Martinelli e della sua collaudatissima non-scuola. Il risultato è una festa: teatro, quello vero, quello che lascia il segno, che diverte ed emoziona, che fa riflettere.

Ed è quello a cui hanno assistito i tantissimi (più di 1000) che venerdì scorso hanno trovato posto sulle gradinate appunto dell’antico Teatro grande pompeiano, per assistere all’esito di un progetto, “Sogno di volare”, iniziato molti mesi fa e che tra pochi giorni, il 3 giugno, andrà in scena anche al teatro Alighieri, nell’ambito di Ravenna festival. Una connessione, quella con il festival ravennate, che si spiega tornando indietro di un paio d’anni, a quando nel 2020 le Vie dell’amicizia approdarono a Paestum, dove direttore era Gabriel Zuchtriegel che dopo poco sarebbe passato alla direzione del più prestigioso sito di Pompei. E che cercando di avvicinare i giovani del luogo e i cittadini tutti al patrimonio artistico che appartiene a loro, ma che talvolta non conoscono, ha chiesto aiuto proprio ai ravennati, al direttore artistico Franco Masotti: chi meglio di Martinelli poteva metter mano a una realtà tanto ricca e complessa, lui che già quasi vent’anni fa in questa regione aveva dato vita ad Arrevuoto, nel cuore di Scampia? È proprio da quel fortunato progetto che arrivano infatti le “guide” che in questi mesi, dallo scorso novembre, hanno portato avanti il lavoro sotto l’attenta supervisione del drammaturgo e regista delle Albe: Gianni Vastarella, Valeria Pollice, Vincenzo Salzano, giovani attori che da allora hanno fatto del teatro la propria vita, la propria professione.

Ma la “messa in vita” del testo di Aristofane – stanchi della guerra e delle ingiustizie che dilaniano Atene, i due protagonisti convincono gli uccelli a costruire la propria città per emanciparsi dal potere degli uomini come da quello degli dei – in questo caso si nutriva anche dell’elemento musicale. Scelto sempre con lo sguardo rivolto al territorio, alle “radici” e all’identità del luogo: una ricerca affidata ad Ambrogio Sparagna con Erasmo Treglia, e ad alcuni musicisti della “sua” Orchestra popolare. Così quando il grigio del cielo caldo di Pompei ha ceduto al buio e ai fuochi d’artificio che brillavano in lontananza, e il pubblico è riuscito a prender posto nelle alte gradinate (le autorità del posto in prima fila), i ragazzi di Pompei e Torre del Greco, insieme ai bambini (gli “uccelletti”) dei Quartieri Spagnoli, hanno fatto proprie le parole degli antichi ateniesi, gridando la propria voglia di essere ascoltati, il proprio malessere, la voglia di scappare, di cambiare il mondo, distillando il frutto delle loro improvvisazioni e dei loro pensieri. Ragazzi-uccelli in cerca del proprio futuro, vestiti dei colori sgargianti dei costumi di Roberta Mattera e messi a fuoco dalle luci ingegnose di Vincent Longuemare, sono esplosi infine in una danza di festa, sulla ghiaia polverosa e sonora dell’“orchestra”, chiamando in scena a gran voce Marco Martinelli e Gabriel Zuchtriegel, stretti in un abbraccio gioioso che lascia spazio, almeno un poco, alla speranza.

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