La recensione: "Tosca" al Comunale di Bologna

Spettacoli

Pesanti portoni di chiesa incorniciano la scena scura, mentre enormi frammenti di sacro ne ingombrano gli spazi: un braccio regge forse una lancia e domina in posizioni sempre diverse tutti e tre gli atti, una mano anch’essa di grande statua barocca, dorata, e un crocefisso ornato, sghembo, a comporre col resto geometrie inedite. Il segno di Hugo de Ana è evidente da subito sul palcoscenico che il teatro Comunale di Bologna ha offerto negli scorsi giorni alla nuova produzione di Tosca, allestita in apertura del cartellone 2022. Con un apparato scenico di forte impatto simbolico eppure capace di rimandare alla più didascalica dimensione rappresentativa, anche grazie a un gesto registico sapiente e improntato comunque a un tradizionale realismo: il cavalletto di pittore e il paniere del pranzo di Cavaradossi, il tavolo sontuoso e la poltrona di Scarpia, il pomposo corteggio ecclesiastico sul Te Deum, eppoi le casse ammonticchiate sugli spalti di Castel Sant’Angelo, il carcere richiamato da evocative sbarre di luce... E un’azione mossa scavando nel libretto e nella partitura, a sottolineare la tensione erotica che lega i personaggi l’uno all’altro, ma anche omaggiando il “rito” melodrammatico, nell’isolare l’aria più attesa, “Vissi d’arte”, in uno spazio a sé, come di riflessione: Tosca, ovvero Maria José Siri, la canta in proscenio, sola, immersa nei virtuali tesori artistici di Palazzo Farnese ed esaltata da una luce quasi caravaggesca – gli applausi sono lunghi e convinti, del resto chi scrive ha assistito alla replica del 4 febbraio, ma sembra che alla prima quest’aria, come il “Lucean le stelle” del tenore, sia stata addirittura bissata.

Insomma, il pubblico che affollava il teatro (non fosse per le mascherine, quasi in una ritrovata atmosfera pre-pandemica) ha goduto di una Tosca nuova, eppure senza sorprese e fedele al dettato pucciniano: sia sulla scena, sia in buca quindi dal punto di vista squisitamente musicale. Sotto la direzione densa ed emotivamente spinta di Daniel Oren, veterano del titolo che dirige da oltre quarant’anni, sul podio dell’orchestra di casa, le voci – anzi gli interpreti ché l’intero cast ha messo in luce decise doti attoriali – sono apparse decisamente appropriate ai ruoli assegnati. Prima tra tutte lei, il soprano Maria José Siri, timbro pieno ed emissione duttile quanto potente, capace di sfumature non scontate; poi Claudio Sgura, pienamente calato nel ruolo dell’efferato e diabolico Scarpia, reso con eloquente piglio drammatico; e ancora, Roberto Aronica, un Cavaradossi dalla voce non sempre intensa ma agile e di sicuro temperamento. Insieme a Christian Barone come Angelotti e Nicolò Ceriani come Sagrestano. Per un successo inequivocabile e meritato.

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