La recensione: “Luisa Miller” al Comunale di Bologna

Quel punto rosso di luce al centro del fondale bianco e neutro, che si scopre all’apertura del sipario, è solo un dettaglio che potrebbe passare inosservato, quasi un errore, una dimenticanza… eppure è da lì che tutto ha inizio, è da quel punto, che piano si allunga in una lama tagliente di sangue, che lo spazio si scompone a generare il dramma. È la scena che apre la Luisa Miller rappresentata nei giorni scorsi al Teatro Comunale di Bologna. Un titolo, tra quelli di Verdi, non certo dei più frequentati: c’è chi la vuole l’anticamera della più compiuta trilogia “popolare” – tesi che le date confermerebbero, precede infatti di poco più di un anno la prima delle tre, Rigoletto; certo è che segna il definitivo tramonto dell’epoca “quarantottesca” verdiana, come la definisce Mila, e il passaggio all’approfondimento degli affetti privati, anche se in primo piano rimane l’eterna lotta dei giusti contro gli ingiusti, dei puri e deboli contro le angherie dei potenti. Una lotta, insomma, tra bene e male che emerge nel pieno della sua forza simbolica nella visione scenica affidata in tutte le sue componenti (regia, scene, costumi e luci) a marionanni, ovvero a quel “mago” dell’illuminotecnica che è Mario Nanni. Romagnolo di Lugo (meglio, come lui stesso precisa, di Bizzuno) la passione per l’opera l’ha assaporata le prime volte giovanissimo di fronte agli allestimenti del “Pavaglione estate”, per poi farsi progettista al fianco di architetti di fama internazionale o per le più prestigiose istituzioni museali – tra l’altro sue sono le luci per il Mosè di Michelangelo -, e scultore/poeta della luce, artista tout court.

Ma tornando alla Luisa Miller, che per lui costituisce la prima esperienza registica lirica, si diceva il bene e il male: anche il palcoscenico su cui camminano i protagonisti è nettamente diviso in due parti, bianco e nero, secondo quella linea netta che nel finale separa i superstiti, padri straziati entrambi dalla perdita di ciò che di più caro avevano, il saggio eppure orgoglioso Miller da una parte, l’irriducibile cattivo eppure fragile conte di Walter dall’altra. Bianco e nero, come l’uovo archetipico che sospeso sul confronto di Miller e Wurm getta sulla scena un’ombra sovrannaturale. Mentre la scena pressoché spoglia (un albero solitario, un tavolo, un trono…) si articola nella luce, che sul fondo dà vita a pagine di cielo cangiante, o apre varchi immaginari eppure così veri da cui intravvedere l’altrove; e il tempo sembra scandito da quella pendola cangiante, lumicino di memoria o notte splendente di stelle (“Quando le sere al placido…”).

Un impianto visuale essenziale, raffinato, bello e denso di rimandi, cui non sempre corrispondono costumi altrettanto armonici e un calibrato disegno registico, a volte prevedibile nel gesto e nell’azione. Allo stesso modo, la direzione di Daniel Oren, pur funzionale ai tempi e al respiro delle voci, e pur contando su un’orchestra di valore – esemplari i legni – ha troppo spesso indugiato su quel “macchiettismo” verdiano, che non rende giustizia al senso più profondo della partitura, nelle dinamiche e nel fraseggio. Infine le voci (alla recita del 7 giugno). Nonostante le insicurezze nel controllo dei volumi, Myrtò Papatanasiu ha interpretato una Luisa dal timbro deciso, mentre il tenore Gregory Kunde, nei panni del suo amato Rodolfo, ha dato prova di più salde doti interpretative e di una voce agile dalla grana piena ed espressiva. Indubbiamente talentuosa è apparsa anche Martina Belli, nel ruolo di Federica. Convincenti poi i registri scuri: Franco Vassallo nei panni di un Miller di indiscutibile sicurezza e Marko Mimica, sonoro ed equilibrato Walter. Applausi decisi anche per il coro preparato da Gea Garatti Ansini.

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