La recensione: “Lucia di Lammermoor” al Galli di Rimini

A chiudere il fondale della “camera” che domina il grande palcoscenico grigie lapidi e tombe viste come dall’alto. Le stesse su cui cammineranno i protagonisti verso il proscenio, a sottolineare da subito la tinta cupa e funerea che attraversa tutta l’opera di Donizetti andata in scena qualche giorno fa al teatro Galli di Rimini: Lucia di Lammermoor. Una scelta con cui esplicitamente il regista Stefano Vizioli vuole richiamare la violenza subita dalla protagonista, violenza che trapela nei singoli gesti e nella semplice geometria di relazioni e di affetti che la lega alla costellazione maschile che la circonda: Enrico, fratello senza scrupoli, Arturo, marito imposto, Edgardo amato e innamorato eppure accecato dall’idea di possesso esclusivo e di onore. E anche Raimondo, fidato eppure incapace di vedere oltre la menzogna. Di Normanno, servo intrigante non c’è neppure bisogno di dire… Nulla di amorevole, neanche l’amore, solo violenza e rancore e rimorso e, dunque, un’aura sepolcrale che avvolge l’intera rappresentazione in una scena divisa tra le pareti ostili e chiuse del palazzo e il non luogo della follia che trapela fin dalla prima apparizione della protagonista. 

Una lettura che, pur riportando idealmente alla figura attuale di donna violata – ma c’è mai stato un tempo in cui così non fosse? –, si dipana tutto sommato secondo i tradizionali canoni della scena melodrammatica: ambientando la vicenda non “al declinare del sec. XVI” come indica il libretto ma, almeno a giudicare dai costumi, all’epoca del debutto dell’opera, nei primi decenni dell’Ottocento e senza rinunciare al tratto romantico che la pervade. Così come tradizionale, e nel complesso equilibrata, appare l’interpretazione della partitura, affidata alla direzione musicale di Alessandro D’Agostini sul podio della Filarmonica dell’opera italiana Bruno Bartoletti. E appropriato il cast: sopra tutti Gilda Fiume, soprano vibrante, capace di tinte dinamiche e saldi virtuosismi; eppoi gli altri due vertici del classico triangolo melodrammatico, il tenore Giorgio Berrugi, convincente Edgardo, e il baritono Ernesto Petti, determinato Enrico, con il vibrante basso Victor Shevchenko, nelle vesti di Raimondo. Nessuna sorpresa, ma frequenti applausi a scena aperta con cui il pubblico ha decretato un inequivocabile successo.

Susanna Venturi

(vista domenica 7 novembre al teatro Galli di Rimini)

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