La recensione: “Bros”, il nuovo spettacolo di Romeo Castellucci

Dopo aver visto all’Auditorium Cavallerizza Bros di Romeo Castellucci, tra le mille cose che ci vorticano in testa ne isoliamo due. La prima è una frase che disse qualche anno fa il musicista austriaco Christian Fennesz: a suo giudizio «scrivere di musica è come ballare di architettura». L’altra è la disortografia, un disturbo specifico dell’apprendimento che interessa la scrittura, caratterizzato dal mancato rispetto delle regole di trasformazione del linguaggio parlato in linguaggio scritto, disturbo che determina difficoltà nel tradurre correttamente i suoni che compongono le parole in simboli grafici. Questi pensieri scaturiscono perché Bros, mentre lo elabori, ti inceppa, si rivela refrattario all’analisi, o meglio a un’analisi per interposta persona. Bros è come un sogno, sfuggente, lo vivi tu, quello che hai visto in scena ha annullato completamente le distanze tra attore e spettatore, tu non stai guardando ma stai vivendo. E comunque guardare, Castellucci lo ha detto molte volte, non è più un atto innocente. I protagonisti dello spettacolo sono 24 uomini (di cui tre attori professionisti, Valer Dellakeza, Luca Nava e Sergio Scarlatella) anonimi, “reclutati” per andare in scena senza prima avere imparato la parte. Questi uomini hanno acconsentito a un patto in cui si impegnano a seguire comandi, a compiere azioni senza capire, né prepararsi. In divisa da poliziotto – Castellucci ha in mente i flic francesi, non la polizia americana, come potrebbe sembrare – ricevono ordini tramite un auricolare ed eseguono azioni senza tempo per pensare, per scegliere, per decidere. «Ciascun “poliziotto” – spiega Castellucci – riceve comandi individuali per via auricolare ai quali deve obbedire in tempo reale; fa parte del loro mestiere obbedire e fare obbedire. I comandi sono una struttura complessa di gesti registrati con precisione per ognuno. Nell’interpretarli c’è il rischio che non li recepiscano con esattezza. Il margine di imprecisione che ne deriva è la cosa più interessante del progetto. È veramente un esperimento antropologico, mostra fino a dove una persona si spinge a obbedire, quali sono i suoi limiti. Ci saranno comandi tendenziosamente confusi per cogliere la reazione l’uno con l’altro». Azione totale, pensiero zero, quindi. E quando ci sono di mezzo divise, armi, ordini eseguiti ciecamente, le cose non possono finire bene. Già il solo entrare nel luogo scenico è perturbante, la partitura crepitante, minacciosa, imponente di Scott Gibbons quasi ti trapassa fisicamente, si aggirano misteriosi oggetti radiocomandati, i poliziotti sono ovunque. La mente va al sesto episodio della Tragedia Endogonidia “P.#06 Paris”, anche lì alcuni poliziotti cercavano allo stesso tempo di ordinare il caos e di provocarlo, ma questi bros sono molto più inquietanti. E pericolosi. Perché fanno tutto quello che viene loro detto con precisione e rigore assoluti. Sono frenetici, involontariamente comici nella forsennata ricerca di una perfezione fine a se stessa, violenti, alienati, incomprensibili. Come in un dipinto di Bruegel o Bosch appaiono in scena per opera dei poliziotti oggetti e immagini di ogni tipo; quella di Beckett, di una scimmia, di una zampa d’oca, di una ragazza, per ognuna delle quali assistiamo a una reazione diversa e ugualmente sconnessa, tra il disinteresse e l’adorazione, creando sempre delle specie di tableau vivant, di sketch folli. I poliziotti intanto si cospargono l’un l’altro di sangue, compiono torture, pestaggi brutali come se fosse un semplice rito da espletare, vanno in mezzo al pubblico a mettere in chiaro chi comanda, poi lavano le proprie armi in una bacinella, alla fine bagnano tutto con grandi quantità d’acqua, utilizzando anche una specie di organo-innaffiatoio azionato dalle bordate di Gibbons. Non è però una purificazione rituale, solo un lavar via da ogni cosa qualsiasi parvenza di emozione, di sentimento. Ecco poi che compare un idolo antropomorfo a cui tutti i bros rendono devozione, infine, su teli neri, dei motti in latino, composti da Claudia Castellucci (tra i quali «pars quae apparet sine parte quae non apparet nihil est», ossia «una parte che appare senza una parte che non appare non è niente»), a ribadire che è sempre meglio una sentenza – immutabile e altisonante – a una parola orale. Arriva l’ultima scena, che sembra aprire uno scorcio di luce, con l’anziano che abbiamo visto monologare e poi morire nell’incipit, accompagnare un bambino bianco vestito. Ma la luce si spegne subito, perché l’oggetto che viene consegnato al giovinetto a mo’ di passaggio di consegne è un manganello.

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