La psicologa: «La rabbia dei bambini? Ecco come affrontarla»

Dalla pandemia da Covid-19 alla pandemia emotiva: bambini e ragazzi inascoltati si rifugiano nella rabbia. Un sentimento che coinvolge anche gli adulti, anche loro alle prese con le conseguenze dell’epidemia, e che può fare paura, ma che non deve essere eliminato completamente dalle nostre vite. «La rabbia deve avere un posto all’interno della casa, ma senza diventare ingombrante» spiega infatti la dottoressa Elisa Facondini, psicologa e psicoterapeuta riminese.

Dottoressa Facondini, sono purtroppo ormai comuni manifestazioni frequenti da parte di bambini e ragazzi di rabbia e aggressività. Quali possono essere le cause?

«La pandemia ha tutte le caratteristiche di essere un evento traumatico. Le conseguenze si ripercuotono su bambini, ragazzi e adulti con un effetto domino. Agli estremi per i più giovani ci sono manifestazioni di noia o rabbia, con aumenti di disagio e interventi nelle neuropsichiatrie infantili. Spesso non si sentono ascoltati e si sentono invece in balia del virus: è una situazione che rende tutto amplificato».

Anche gli adulti sono messi in difficoltà dalla pandemia e a loro volta provano rabbia e frustrazione. Come possono rapportarsi coi figli?

«Gli adulti devono porsi in una dimensione di ascolto innanzitutto dei propri sentimenti, poi dei ragazzi senza mettere “no” troppo rigidi».

Così non si rischia di passare dall’altra parte e di lasciare che i ragazzi facciano “come vogliono”?

«Non si deve comunque perdere la dimensione educativa, che deve mirare a contenere eventi di rabbia. Se si danno continue giustificazioni ai ragazzi, infatti, viene meno un margine e si amplifica il disorientamento. Si deve trovare il giusto equilibrio tra rigidità e morbidezza e cercare di trovare soluzioni insieme. Certo, questo non si può fare nel momento di apice della rabbia».

Come si affrontano questi momenti?

«L’escalation deve essere fatta passare. Se l’adulto si pone allo stesso livello del bambino o del ragazzo e a sua volta manifesta rabbia, infatti, alimenta questa escalation. Bisogna fare un passo indietro e aspettare il momento giusto. Poi lavorare sulla prevenzione di questi momenti di grande rabbia».

In che modo?

«Osservando altri comportamenti “sintomatici”, ad esempio di irritabilità, noia, tristezza, isolamento o insonnia».

L’obiettivo è quello di arrivare a eliminare la rabbia?

«No. La rabbia è un’emozione come le altre. Non bisogna spaventarsi, ma cercare di capire. La rabbia è anche un segnale per dire “non ce la faccio più”, è funzionale per esprimere un malessere. Non deve essere demonizzata a priori: deve avere un posto all’interno della casa, ma senza diventare ingombrante. Per questo è bene monitorare la gestione, la quantità e la durata della rabbia».

Quali possono essere i rischi di una mancanza totale di rabbia?

«Come si diceva all’inizio, dall’altro lato troviamo la noia, l’apatia. Se non c’è una valvola di sfogo si rischia un’implosione: sensi di colpa, disturbi del comportamento alimentare, atti autolesivi».

Dall’altra parte però si assiste anche a manifestazioni della rabbia dirompenti e di gruppo, come risse, atti di vandalismo…

«Anche in questo caso è bene prima capire le motivazione senza entrare subito in una dimensione di giudizio e stigmatizzazione. Certo l’azione in questo senso deve essere più contenitiva, ma la punizione senza comprensione rischia di dare adito a nuovi comportamenti dello stesso tipo, piuttosto che correggerli».

Oggi riaprono le scuole per i bambini fino alla prima media. Può aiutare?

«Certo, la riapertura delle scuole può aiutare ma se si dedica del tempo all’accoglienza dei ragazzi anche in senso emotivo e non solo didattico. Il rischio è che di nuovo i ragazzi non si sentano ascoltati, dando il via alle stesse dinamiche di rabbia. Tutti sono stremati. Ora la scuola è chiamata a personalizzare il percorso sui bisogni dei ragazzi, sempre collaborando con le famiglie». (Allegra Zanni)

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