La prefetta: «Basta divisioni tra Rimini e Riccione: collaborino»

RIMINI Alessandra Camporota saluta la provincia di Rimini dopo due anni di servizio. Due anni che si concludono con il superamento della fase acuta della pandemia da coronavirus, iniziati con l’annosa questione della “nuova” questura di via Ugo Bassi. E tra i mille volti che la prefetta ha osservato del territorio riminese, quello che emerge con forza, oggi, è quello dei «protagonismi, dei piccoli egoismi, dei particolarismi, che però, – puntualizza Camporota – nei momenti più duri dell’emergenza sono stati superati dalla solidarietà e dalla coesione, riuscendo ad assumere insieme decisioni forti ma necessarie nei confronti dell’intera comunità».

Camporota, ha notato quindi spesso “campanilismi” tra i comuni della provincia di Rimini?

«Io credo fortemente che la collaborazione tra i territori sia fondamentale. E’ necessario stare uniti, e ritengo che l’emergenza Covid lo abbia dimostrato in maniera incontrovertibile. A proposito, credo che Rimini e Riccione dovrebbero collaborare maggiormente. Sono due località differenti che integrando la propria tipologia di offerta potrebbero trarne reciproco vantaggio. I certe situazioni, in particolare, ho notato comportamenti un po’ “anarchici” da parte di certi sindaci, ma che poi si sono risolti tutti in maniera positiva, arrivando a condividere scelte determinanti e difficili nei momenti dell’emergenza. Però, il fatto che il sindaco di Riccione non abbia partecipato all’ultimo comitato provinciale di ordine pubblico e sicurezza non l’ho apprezzato. Non partecipare significa svilire e non rispettare l’istituzione. Anche perché bisogna considerare che per i sindaci è stata una conquista poter partecipare a questi incontri. Che del resto io ritengo fondamentali, perché si inseriscono nel mio metodo, che è quello della condivisione e della partecipazione. Perché apprezzo molto la democrazia. A un certo punto bisogna assumersi la responsabilità di prendere una decisione, ma non prima di aver ascoltato tutti».

Quale ritiene essere le fragilità più grande del nostro territorio?

«Quella economico sociale, soprattutto per quanto riguarda le attività di commercio al dettaglio. Già prima dell’avvento del coronavirus avevo colto difficoltà in questo senso, in cui vi sono strati di popolazione, soprattutto gli stagionali, che traggono fonte primaria del proprio sostentamento dal turismo. Turismo che già prima era un settore da attenzionare e che ora lo è ancora di più. Non a caso, Rimini è la provincia più povera dell’Emilia Romagna. E questo si lega strettamente con la questione sociale, e quindi con l’impatto della criminalità».

A proposito di criminalità, ritiene Rimini una zona a rischio infiltrazioni da parte della criminalità organizzata?

«Un territorio in cui ci sono circa 3.500 attività tra alberghi e ristoranti come potrebbe non esserlo? E oggi, con la crisi generata dal coronavirus, è ancora più appetibile, per via della possibilità di “insinuarsi” nel cambio di gestione di hotel e strutture alberghiere in genere. Bisogna tenere alta l’attenzione affinché non si radicalizzi. Tra le cose fatte di cui vado fiera, infatti, c’è quella di aver organizzato a febbraio, proprio prima del coronavirus, il convegno sulle infiltrazioni mafiose. Se non lo avessi fatto, sarebbe un grande rimpianto. E del resto, io stessa, come prefetto, ho emanato 11 interdittive antimafia. Si tratta di provvedimenti previsti dal codice antimafia che comportano per l’imprenditore che li subisce il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione. Uno strumento molto efficace, perché interviene quando l’autorità giudiziaria non ha gli elementi necessari per farlo».

Che considerazione si è fatta invece della macchina giudiziaria riminese?

«Purtroppo si sconta la carenza generalizzata di cui soffre tutta l’Italia. Le persone che vi operano sono molto competenti e dotate di grande umanità, ma l’anzianità nei ranghi è diffusa, e si continua a non fare i concorsi, la situazione non può che essere drammatica».

Come immagina questa estate priva dei rinforzi a livello di forze dell’ordine che erano stati chiesti?

«Ci sono difficoltà, anche a livello di gestione e di logistica, in tutto il territorio nazionale. Ma bisogna considerare che comunque a Rimini lo sforzo del questore ha permesso di fare arrivare rinforzi, come quelli del distaccamento a Bellaria. Ad esempio, nel 2019 il piano dei rinforzi a favore degli uffici di polizia e di posti stagionali per Riccione, Bellaria e Rimini prevedeva 64 unità. Quest’anno, invece, la Questura, ha elaborato un piano operativo “Estate 2020 – Operazione alto impatto “ che prevede dal primo luglio 7 equipaggi del reparto prevenzione crimine più altri 3 da 15 luglio al 15 agosto, poi 22 agenti in prova ed effettivi da giugno. Resta ferma inoltre la possibilità di rinforzo dei reparti mobili in caso di eventi di particolare rilevanza sotto il profilo dell’ordine pubblico, come la Settimana rosa».

Che cosa ha provato nell’essere una delle poche donne in una posizione di vertice in provincia?

«Ci sono tante altre donne, a partire dal procuratore alla presidente del tribunale fino al vicesindaco. In ogni caso, io valuto le persone sulla base della propria competenza, non del sesso. Quello che non apprezzo, sono le donne che, magari perché ne hanno avuto necessità per affermarsi, usano modi aggressivi, più tipicamente maschili. Non mi piace l’aggressività, ritengo la mitezza e la gentilezza grandi armi e grandi virtù».

Di che cosa va più orgogliosa?

«La mia più grande soddisfazione è proprio quella di aver tratto soddisfazione dai risultati che ho ottenuto grazie al metodo che ho adottato, quello, appunto del coinvolgimento. Mi hanno dato soddisfazione anche le parole di Gnassi, che mi ha riferito che avrebbe avuto piacere che restassi fino alla fine del suo mandato. Questi e altri mi hanno reso orgogliosa, perché mi sono sentita riconosciuta nel mio lavoro. Un’altra occasione è stata quella dell’emergenza, quando i sindaci si sono rivolti a me per chiedermi come era più opportuno procedere. Significa che hanno riconosciuto la presenza dello Stato».

Quindi cosa porta a casa, a Roma, di questa esperienza riminese?

«La grande umanità delle persone che ho trovato. Le sue bellezze e le particolarità nascoste in ogni luogo, in ogni piccolo comune che ho visitato. A proposito, mi manca Casteldelci. Avevo promesso al sindaco che sarei andata. Ritornerò a Rimini, e ci andrò».

Ad Alessandra Camporota ha risposto duramente Renata Tosi.

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