“La poesia ama il silenzio ma dialoga con la musica”

Due nuovi eventi vedono protagonista Mariangela Gualtieri con il Teatro Valdoca di Cesena.

Stasera alle 20, all’Auditorium della Rai “Arturo Toscanini” di Torino, Gualtieri è protagonista del concerto poetico “Selvatico sacro. Improvvisazioni a tre voci”, insieme alla tromba Paolo Fresu e al pianista Uri Caine.

Il concerto, ideato da Rai Radio 3 che lo propone in diretta, preinaugura il Salone internazionale del libro che si apre il 19.

Musica e poesia dal vivo si uniscono sul filo rosso di Cuori selvaggi, Leitmotive del Salone.

Ieri intanto è uscito il nuovo libro di Mariangela L’incanto fonico. L’arte di dire la poesia (Giulio Einaudi Editore), produzione che si distacca dalle precedenti. Non è infatti una raccolta di versi, ma un piccolo saggio su come si dovrebbe dire in pubblico una poesia.

Mariangela, questa sera i suoi versi si contaminano di jazz; conosceva già i due noti musicisti?

«Paolo Fresu l’ho incontrato a Roma qualche mese fa, quando Radio 3 ci ha fatto questa proposta; Caine lo conosco solo musicalmente. Penso di essere in ottima compagnia; due grandi musicisti che mi sembrano capaci di sottigliezza e di ascolto rispettoso della parola».

Quale strumento musicale potrebbe meglio identificare la poesia?

«Paradossalmente rispondo che il silenzio è sempre l’ambito migliore per la poesia. Ma è inevitabile e bello che quel silenzio venga a tratti rotto dalla musica. Come strumento in sé, come voce delle cose, direi che il violoncello è quello che prediligo. Ma forse la poesia può dialogare con ogni strumento, purché l’esecutore riconosca la fragilità della parola davanti al suono, e dunque si ponga con immensa delicatezza».

Quali dei suoi versi ritiene più adatti ai suoni in concerto?

«Presento sia inediti, sia poesie edite sul tema della sacralità del selvatico. Non faremo prove e dunque dovrò improvvisare. Ho fatto un largo ripasso in modo da avere a memoria varie poesie. Cercherò di abbandonarmi il più possibile, di stare in leggerezza».

Cosa vorrebbe sperimentare con questo nuovo incontro armonico?

«Il sodalizio fra musica e poesia a me sembra ancora inesplorato, non risolto. Dunque questa è una buona occasione per portare avanti il discorso di qualche millimetro».

Veniamo al suo nuovo “incanto fonico”; esiste davvero un modo giusto per dire la poesia? E lei come si orienta davanti al pubblico?

«Forse esiste più di un modo, la mia esperienza quarantennale mi fa pensare di averne messo a punto uno, e ne L’incanto fonico provo a darne un’idea. Quando leggo una poesia a voce alta cerco di non pensare, di avere la testa vuota, pulita, e in quel vuoto fare apparire le parole, nella loro freschezza. La poesia è parola sempre nuova che non si consuma, e credo sia fondamentale consegnare a chi ascolta quella freschezza, quell’essere appena venuta alla luce della parola».

Cosa l’ha spinta a elaborare un libro di pensiero intorno al poetare?

«Da tempo sentivo l’urgenza di mettere in parole quello che mi sembrava di aver capito sull’arte orale, ma non trovavo la forma».

«Non volevo fare un manuale, né un saggio, così non ho mai forzato – continua l’artista cesenate –. Ed ecco che l’estate scorsa è arrivata questa vena di brevi aforismi che subito mi ha convinta: si tratta di parole che si rivolgono all’intuito del lettore e non lo tormentano con pedanterie tecniche».

Il titolo trae da una citazione di Amelia Rosselli; in che modo ha influito su di lei?

«È difficile definire l’enorme debito che sento di avere con Rosselli. Forse mi ha insegnato a essere amazzone dentro la poesia, cioè a cavalcarla a pelle, senza sella né finimenti, in una ebbrezza, anche lì dove è di dolore che si parla».

Dedica il suo libro a Renato Serra morto sul Podgora nel 1915 che si rammaricò «di non poter sentire il greco nell’oralità». Lui però era un critico letterario, non un poeta.

«Mi sembra l’incontro mancato della mia vita, per qualche decennio. Amo il suo tocco critico, il suo modo fraterno di intendere la critica. E anche quel suo tenere insieme la vita del corpo e il pensiero, cosa inusuale credo per il suo tempo. Volevo in qualche modo averlo vicino».

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