La pittura naturale e sincera di Mirro Antonini

Massimo Pulini, artista, titolare della cattedra di pittura all’Accademia di belle arti di Bologna, storico dell’arte, scrittore e personaggio pubblico della cultura, nell’introduzione al volume “Pittori riminesi della prima metà del Novecento” curato da Marco Gennari, edito da Pazzini di Verucchio nel 2012, scrive: «…e resta il rammarico di non vedere altre opere di Mirro, oltre quella giacca rossa appoggiata alla sedia che segna un vertice poetico isolato».

Mirro è il nome d’arte di Vladimiro Antonini (Secchiano 1922-1998) del quale quest’anno ricorre il centenario della nascita. La sua storia artistica inizia nel 1936 quando, 14enne, sopravvive a una doppia folgorazione e al trauma della caduta da un traliccio dell’alta tensione. Gravemente ustionato, trascorre molto tempo in ospedale e qui inizia ad appassionarsi alla pittura. Nel 1941 conosce Demos Bonini, insegnante di disegno all’Istituto professionale di Novafeltria. Iniziano a dipingere insieme i paesaggi della Valmarecchia con una robusta pittura di segno e colore che anticipa il neorealismo, che il maestro riminese perfezionerà con l’apprendistato romano nello studio di Renato Guttuso. Nel 1942, a Pesaro, Mirro frequenta il pittore Fernando Mariotti, l’anno successivo si reca a Savona a lavorare in miniera ed entra in contatto con i futuristi di seconda generazione. Al ritorno a Secchiano viene rastrellato dai tedeschi salvandosi con la fuga attraverso un campo minato. Finita la guerra, nel 1945 presenta la sua prima personale a Riccione, poi raggiunge in bicicletta Firenze nel 1946, dove incontra Primo Conti e Ottone Rosai; di qui, sempre in bicicletta, raggiunge Milano. Trova lavoro come guardia notturna, frequenta la Scuola di nudo di Brera e grazie a Elva, sorella del pittore Aroldo Bonzaghi, nel 1947 espone alla Galleria Gavioli. Lascia Milano per Bologna, conosce Gaetano Arcangeli e alcuni pittori della città prima di trasferirsi a Riccione dove intraprende l’attività di cartellonista e decoratore. Si mantiene in contatto con i pittori riminesi, in particolare con Elio Morri e con Giuseppe Piombini del quale ammira i paesaggi degli anni Cinquanta capaci di influenzare non poco la sua produzione futura. Nel 1947 partecipa alla mostra nazionale “Marine d’Italia” a Riccione e nel 1953 alla Biennale del mare di Rimini con “L’uomo della draga”. L’anno successivo espone alla Sala delle Colonne di Rimini. Partecipa anche alle serate conviviali organizzate per gli artisti da Bruno Barosi nel suo ristorate Al Giardino, dove dipinge il rosso “astice” sulla fiamminga della Collezione Carim ed esegue il rapido ritratto di Luigi Pasquini della Biblioteca Gambalunga di Rimini. Un personaggio con una profonda cultura artistica che pratica una pittura “naturale”, profondamente sentita e di grande sincerità; solo grazie all’editore Walter Raffaelli non se ne è persa la memoria. Nel 1997 nella sede della sua casa editrice organizza un’ampia personale con le opere realizzate fra il 1942 e il 1997: l’ultima occasione per incontrarle Mirro pubblicamente. Dopo la sua morte la mostra replica a Novafeltria e a Riccione con l’aggiunta del prezioso catalogo edito dal puntuale Raffaelli nel 2000, curato da Luca Cesari, sul quale il critico e storico dell’arte, con la competenza che lo distingue, fa il punto sulla pittura di Mirro, inserendovi anche le testimonianze di Rodolfo Francesconi, Bianca Arcangeli, Tonino Guerra, Gerardo Filiberto Dasi, Fabio Tombari e di altri amici dell’artista di Secchiano.

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