La perdita di memoria: quando comincia la malattia dell’oblio

«La perdita della memoria è un fattore fisiologico – spiega il professor Marco Domenicali, geriatra e primario di Medicina Interna dell’Ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna – che riguarda tutti noi a partire dai 20/25 anni di età, periodo della vita in cui comincia a calare dopo aver raggiunto l’apice». Fino a quando la memoria è coadiuvata da strategie che vanno a sopperire alla sua perdita si rimane in equilibrio da un punto di vista cognitivo. «Non a caso si parla di “un invecchiamento di successo” – prosegue Domenicali – quando la perdita delle performance cognitive sono bilanciate dalla capacità di trarre soluzioni innovative dalla propria esperienza passata, anche utilizzando agende, telefoni, post it, oppure dividendosi i compiti come avviene in molte coppie di marito e moglie, dove uno diventa la protesi amnestica dell’altra. Non dobbiamo dimenticare che quando si presenta un disturbo cognitivo riguardante la memoria, a essere danneggiata per prima è quella a breve e a medio termine, mentre quella a lungo termine rimane intatta per molto più tempo».

Quando si rompe l’equilibrio, le dimenticanze superano la capacità di risolvere i problemi e la perdita della memoria diventa un fattore invalidante allora si parla di demenza. «Le demenze sono delle patologie che colpiscono l’assetto cognitivo e si manifestano in maniera differente in base all’età, generalmente dopo i 65/70 anni, ma ci sono alcune forme che esordiscono anche nelle persone più giovani».

Due, le forme più diffuse, l’Alzheimer e la demenza vascolare. «La demenza vascolare è una demenza multiinfartuale che è secondaria a numerosi eventi ischemici cerebrali che possono essere asintomatici in fase acuta, ma che sommati insieme (una serie di microictus) possono portare negli anni a un deterioramento cognitivo. L’Alzheimer, invece, è una malattia neurodegenerativa, che colpisce direttamente i neuroni (mentre nella demenza vascolare, l’apparato vascolare non nutre sufficientemente i neuroni, quindi sono colpiti in maniera indiretta)». Talvolta si presentano insieme. «Queste due forme di demenza giustificano circa l’80% di tutti i casi di demenza e, soprattutto nel grande anziano (sopra gli 85 anni) si possono sommare. Esistono, inoltre, alcune forme più rare e meno conosciute».

Sono tre i criteri per fare diagnosi di demenza: «Il criterio ormai dato per scontato è che il deterioramento cognitivo non deve essere giustificato da altre malattie come da neoplasie cerebrali o encefalopatie epatiche o cerebrali, per esempio, che potrebbero indurre gli stessi sintomi; inoltre la manifestazione sintomatica deve persistere per almeno sei mesi (anche alcune malattie acute banali come la febbre possono produrre dei sintomi cognitivi); la demenza deve essere invalidante e il danno deve essere presente in più di un dominio cognitivo, quindi non deve riguardare solo la memoria, ma anche l’attenzione o la capacità di far di calcolo, per esempio».

Difficoltà a seguire una procedura e costruzione di falsi racconti sono due indici che potrebbero segnalare un deterioramento cognitivo. «Può accadere che una persona non sia più in grado di portare a termine una ricetta, oppure un altro compito che prevede svariati passaggi. A volte, le persone che cominciano ad avere importanti problemi di memoria perdono anche la consapevolezza di quanto stia loro accadendo. Soprattutto in situazione di stress capita a tutti di perdere le chiavi di casa o qualsiasi altra cosa, e ci innervosiamo, ma la capacità di problem solving ci fa risolvere il problema nell’immediato (chiedere a un familiare, chiamare qualcuno) e in più riusciamo a darci una spiegazione (sono troppo stressato, devo fare le cose con più calma). Ma quando non si ha più la consapevolezza della perdita, le sparizioni cominciano a diventare dei furti: “Sono sicuro che qualcuno le abbia prese”, allora queste capacità vengono meno e si potrebbe essere davanti a un esordio di demenza. A volte, specie in quelle coppie di moglie e marito che vivono in simbiosi, dove uno sopperisce alle defaillance dell’altro, per i parenti è più difficile accorgersi se uno dei due sta cominciando ad avere problemi di memoria, perché questi sono mascherati e coperti dal comportamento e dall’efficacia dell’altro».

Alzheimer e demenza vascolare differiscono nel decorso e nei fattori di rischio. « L’esordio di queste due malattie è simile, ma ciò che le distingue è l’evoluzione, in quanto la demenza vascolare si manifesta più a gradoni, può rimanere stabile nel tempo e poi peggiorare improvvisamente; mentre nell’Alzheimer il decorso degenerativo è più graduale. Inoltre la prognosi per l’Alzheimer è di 10/13 anni, anche se cambia molto in base all’attività cognitiva che caratterizza il paziente; nella demenza vascolare molto dipende dalla possibilità di intervenire sui fattori di rischio, in special modo su ipertensione e diabete, che sono strettamente correlati a danni cognitivi importanti, ma se tenuti sotto controllo, il decorso della malattia può rallentare di molto. Inoltre, nella demenza vascolare compaiono più precocemente problemi di ordine motorio, perché alcune aree del cervello sono peggio vascolarizzate e a risentirne sono prima di tutto i nuclei della base che mettono in atto il movimento. Ciò che si potrebbe verificare è una maggiore rigidità e un’andatura caratterizzata da passi più brevi e lenti».

Importante è fare una diagnosi differenziale con la depressione. «Come geriatra spesso mi sento ripetere: “Non vado più al bar, perché tutti i miei amici di una volta sono morti”. L’anziano è più esposto alla depressione e questa può generare sintomi simili alla demenza. A ciò si aggiunge il fatto che la depressione può anche essere secondaria a un esordio cognitivo, specialmente nelle persone colte e brillanti che si rendono conto che non hanno più la battuta pronta, che non sono “più come prima”. In queste persone si può presentare un disturbo dell’umore che non fa altro che amplificare i sintomi. Esistono persino forme di demenza con sintomi depressivi, come il pianto, per esempio. Specialmente in questo periodo di isolamento dovuto al lockdown, talvolta è stato difficile fare la diagnosi differenziale. Quello tra demenza e depressione è un rapporto molto delicato».

Esistono vari trattamenti. «Prima di tutto, se si presentano sintomi depressivi, bisogna trattarli. Per quanto riguarda la demenza vascolare vanno tenuti sotto controllo e corretti i fattori di rischio (pressione e diabete). Se si tratta di Alzheimer, in alcuni casi e per un breve periodo di tempo (da sei mesi a un anno) si possono utilizzare dei farmaci che aumentano l’acetilcolina e riducono e rallentano il deterioramento».

Lo stile di vita può avere una buona influenza soprattutto in fase di prevenzione. «L’attività fisica previene e rallenta l’evoluzione della patologia. Anche tenere in uso il cervello rappresenta un fattore protettivo: leggere, ascoltare la musica, giocare a carte, oppure a scacchi, a dama, fare l’enigmistica sono tutti fattori neuroprotettivi, perché stimolano la memoria e la capacità di problem solving. Anche avere un animale, specialmente un cane che è da portare a passeggio, o prendersi cura di un orto sono attività stimolanti sia a livello cognitivo che affettivo e quindi con un forte potere protettivo».

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