RAVENNA. Sbaglia chi giudica Marco Masini un cantautore “leggero”. Una “fama” immeritata come quelle voci cattive su di lui che ne fecero una sorta di epigono di Mia Martini – che aveva subìto la stessa sorte anni prima – e a cui lui stesso rese giustizia durante un programma di Celentano nel 2001, cantando in diretta tv “Gli uomini non cambiano”.
Il 56enne cantante toscano (è fiorentino del 1964, anni compiuti il 18 settembre) è uno che non l’ha mai mandata a dire, e il cui impegno si desume non tanto dall’aver sdoganato nei testi della musica pop parole come “vaffanculo”, “stronza”, “figlio di puttana”, quanto dall’aver toccato temi delicati come l’omosessualità (“ti vorrei anche se fossi un gay”, un verso di “Ti vorrei”) e le violenze domestiche (“dolce figlia di un figlio di puttana” cantava in “Principessa” dove raccontava di un padre violento con sua figlia). E ciò in tempi molto precedenti a quelli in cui sono diventati argomenti sensibili. Stiamo parlando dei primi anni 90.
Questo non gli ha impedito di ottenere un grande successo commerciale, vendendo moltissimi dischi e vincendo due Festival di Sanremo per le nuove proposte nel 1990 e tra i big nel 2004 e il premio come miglior disco dell’anno al Festivalbar 1992.
Per il video di “Malinconoia”, registrato in un concerto al Palazzo dello Sport di Roma, vinse il premio come miglior videolive al festival “Riminicinema ’91”. Mentre per “Principessa”, nel 1995, Stefano Salvati dirigerà un videoclip omaggio a Federico Fellini: un bellissimo corto ispirato a “La strada” in cui Masini e Salvati ri-sceneggiano a modo loro la vicenda di Gelsomina e Zampanò.
Nei giorni scorsi Marco era a Ravenna per girare il suo nuovo video, “La parte chiara”, sempre per la regia del bolognese Salvati. Il brano è contenuto nel suo ultimo album, uscito a febbraio, “Masini+1, 30th Anniversary”. Pubblicato il 7 febbraio da Legacy Recordings, l’album festeggia i 30 anni di carriera di Masini e contiene quattro inediti (tra cui “Il confronto”, presentato in gara al Festival di Sanremo 2020) e quindici tra i suoi più grandi successi reinterpretati in duetto insieme ad alcuni nomi noti del panorama musicale italiano, come Giusy Ferreri, Eros Ramazzotti, Jovanotti, Ermal Meta, Francesco Renga, Ambra Angiolini e altri. La raccolta ha debuttato al quarto posto dei dischi più venduti in Italia e al primo in quella dei vinili.
Marco, rieccola in Romagna, terra che le ha dato delle soddisfazioni. Perché con Salvati avete scelto di girare qui, e come mai questo lungo sodalizio tra lei e il regista bolognese?
«È un sodalizio iniziato negli annin ’90 grazie all’ottimo feeling tra noi. Lui è un grande regista, ha fatto un percorso gigantesco con Vasco e tanti altri. Io ho avuto momenti di sperimentazione, ma l’amicizia è sempre rimasta. Ci siamo ritrovati a Forlì per “Imaginaction” e abbiamo buttato giù uno storyboard per questo pezzo che a lui è piaciuto. Abbiamo girato a Ravenna perché lui la conosce a memoria, e anche perché la città ci ha molto aiutato e io ringrazio le autorità e tutti i ravennati».
Lei canta: “La via d’uscita è la parte chiara della vita”. Cosa vuol dire con il suo nuovo singolo?
«È una ricerca esistenziale: l’amore va e viene e destabilizza, anche quello per se stessi e per il mondo che è sempre incazzato. È la ricerca di un punto libero di osservazione della vita, di un riparo e una visuale al di sopra di tutto, spesso introvabile. È il viaggio di un uomo che viaggia per lavoro tra negozi vuoti, zone aride, saline, girasoli secchi, paesaggi surreali dal mare alla vasca da bagno. Un video metaforico che racconta la ricerca di un nido contro la solitudine, che si vince non con la compagnia di altri, ma accettando la… compagnia della solitudine».
Sono 30 anni e più che è sulle scene e il successo non le è certo mancato. Però non è stata tutta discesa: ha dovuto anche lottare…
«Sì ma fa parte della vita di tutti noi. Anche se vinci il concorso in banca o alle Poste, poi il posto devi difenderlo. Come canta il buon Venditti, la salita vera comincia quando hai raggiunto l’obiettivo e devi mantenerlo, lottando ogni giorno».
Lei ha sempre scritto dei testi forti, spesso di denuncia, e ben prima che certi temi venissero sostenuti dalla pubblica opinione. Penso per esempio al sistema della fama, dei fan club: “Siamo lupi da interviste e i ragazzi sono agnelli e li trovi un giorno con la foto sul giornale…”. Nascono, nascevano prima le musiche per accompagnare i testi o viceversa?
«Noi vedevamo quello che succedeva in giro, i ragazzi negli anni 90 erano smarriti, in cerca di una voce. E ne parlavamo. Quando poi trovavamo delle melodie che si adattavano ai testi, la canzone era fatta. Ma i testi nascevano prima, o per istinto, o per un’immagine, una situazione che vivevamo più o meno direttamente».
Quanto le manca Giancarlo Bigazzi? Gli addetti ai lavori sanno bene la sua importanza come talent scout e produttore nella storia della canzone italiana. Ma forse il grande pubblico ignora che cosa rappresenta per tanti musicisti come lei…
«Lui era universale, lo si scopre anche oggi che magari guardi una fiction su Netflix e ti emozioni per “Montagne verdi”… Lui era un camaleonte che riusciva sempre a riconoscere le potenzialità canzone-artista, un lavoro che oggi si fa un po’ meno perché la strada per arrivare è più corta e i budget più bassi. Ma era un lavoro importante».
Lei si auto-definirebbe un vero romantico, che non è lo sdolcinato, ma una persona appassionata, un sognatore?
«Passionale sì, perché le cose le ho raccontate sempre con crudezza e con schiettezza, senza maschere. Ho il sangue caldo… Certe cose non le puoi rappresentare se sei a sangue freddo. Vedi qualcosa che ti colpisce, ci aggiungi una licenza poetica e… Almeno una volta. Oggi è cambiato tutto, anche nella musica».
Adesso, a 56 anni, è riuscito a capirci qualcosa delle donne, dell’amore? 20-30 anni fa sembrava abbastanza arrabbiato…
«È che quando pensi di aver capito, è già cambiato tutto. In un certo senso penso di essere un eterno cercatore e oggi è ancora più difficile, oggi che tutto cambia così rapidamente».
Torniamo alla Romagna: il mare torna spesso nelle sue canzoni (“Cenerentola innamorata”), una s’intitola addirittura “Ci vorrebbe il mare”. Che sensazioni le provoca?
«Mi provoca una sensazione di contrasto tra pace e la paura perché ti da serenità se lo guardi, come invece diventa pericoloso se ci caschi dentro, non sai nuotare e magari sei da solo. Solitudine e mare sono sensazioni forti».
Del tour se ne parlerà nel 2021? Che lockdown è stato per lei, come l’ha vissuto?
«Ognuno dice una cosa diversa. Quando potremo riprendere lo decideranno gli scienziati. Il lockdown l’ho vissuto nella stessa maniera di tutti, con grande dolore e grande paura per le scene che abbiamo visto… Mi scrivevano in tanti. Alcuni infermieri mi hanno fatto vedere delle immagini che non avrei mai pensato, tanta rabbia, confusione totale. Fino a mettere adesso in dubbio tante cose sia sul piano sociale e politico che scientifico. Mi aspetto che prima o poi qualcuno si prenda la responsabilità di dirci esattamente cosa succede. Si è rasentato il disastro, molti miei amici sono in quarantena e non possono lavorare. Si deve trovare una soluzione tra la salute e il lavoro. Ma è un po’ come scegliere tra la borsa o la vita. Cosa ci conviene di più rischiare? In Emilia-Romagna vedo che state riaprendo gli stadi ed è importante, ci vuole un po’ di coraggio, non possiamo farci schiavizzare dalla paura collettiva che ci fa perfino odiare chi ci tossisce accanto!».
A proposito di stadi. Come la vede la Viola (Fiorentina di cui è un gran tifoso) quest’anno?
«Le prime partite non dicono molto. Ma voglio approfittare invece per mandare un grosso in bocca al lupo a Mihailovic (allenatore del Bologna, ndr) per quello che ha vissuto, con il coraggio con cui l’ha vissuto. Un grande appassionato della vita».
Oggi che veleggia verso i 60, è effettivamente come avrebbe voluto essere da uomo maturo, come sognava di diventare quando aveva 20 anni?
«Su per giù sì, magari mi vedevo senza questa lunga barba… Ma che sarebbe stata difficile lo sapevo ed ero allenato a difendermi e costruire. Poi ho avuto accanto persone meravigliose come Bigazzi e mio padre scomparso tre mesi fa, e una sorella stupenda con cui non ho mai litigato. Certo, musicalmente posso sempre migliorare e imparare anche dai giovani, oggi la musica è diversa e io vado alla ricerca di autori nuovi anche se con la metà dei miei anni. Prendo da loro e magari gli dò qualche consiglio anche io».

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Salvatore Barbieri
About the Author

Giornalista professionista dal 1988. Ha lavorato al Messaggero, alla Gazzetta di Pesaro, alla Gazzetta delle Dolomiti e ha collaborato con Ansa, Aga, Specchio, La Stampa, America Oggi. Attualmente è vice caposervizio della redazione Cultura & Spettacoli del Corriere Romagna.

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