La nostalgia di Teti e la zona rossa secondo Fabio Fiori

Rieccoci! Ancora in zona rossa, esattamente un anno dopo. Solo da pochi giorni, sufficienti comunque per acutizzare struggenti nostalgie. Di viaggi esotici per qualcuno o passeggiate vagabonde per altri, di cene luculliane o pasti frugali, di incontri amicali o relazioni amorose. La pandemia ha amplificato sentimenti nostalgici? ha riacutizzato ataviche nostalgie? Domande che in tanti ci stiamo facendo, domande a cui ha cercato di dare risposta Vito Teti nel nuovo libro “Nostalgia. Antropologia di un sentimento del presente”.

Teti è antropologo attento ai sentimenti della partenza e della restanza, cioè di chi lascia il proprio paese per cercare felicità altrove o di chi al contrario rimane con la speranza di trovarla dove è nato. A tutti suggerisce di prestare maggiore attenzione al senso dei luoghi, al colore del cibo, a prevedere l’imprevedibile, a quel che resta, parafrasando alcuni titoli dei suoi precedenti libri.

La nostalgia è contagiosa?

Il primo lockdown «mi ha indotto a pensare che il concetto di nostalgia stesse diventando esso stesso contagioso ed epidemico e che assumesse un senso, una fortuna, un’accezione che ne ribaltavano con nettezza le tante immagini negative», scrive nella postfazione o, usando il suo evocativo linguaggio, nell’archeologia di un sentimento e di un libro.

Il racconto parte dalle origini di un sentimento moderno, perché pur avendo radici antiche, che si collegano a figure mitiche quali Ulisse, Abramo ed Enea, il termine è relativamente recente. Appare per la prima volta alla fine del Seicento in un testo intitolato: Dissertatio medica de nostalgia. Un trattato clinico di Johannes Hofer, studente alsaziano, che analizzava lo stato d’animo turbato dei giovani svizzeri, tristi, insonni, angosciati perché costretti ad andare all’estero. Un sentimento antico quindi, che richiedeva però una parola nuova evocativa, composta da nostos (ritorno in patria) e algos (dolore). Una parola alternativa a Heimweh, maladie du pays, rimpianto, regret, homesickness, ańoranza, saudade.

Nostalgia come particolare forma di malinconia, «causata dal vivo desiderio di rivedere i propri cari, e dal tedio derivato dal fatto di trovarsi tra stranieri che non amiamo, e che non hanno verso di noi quell’affezione così viva che abbiamo provato quando eravamo in famiglia», scriveva Hofer alla fine del Seicento.

Tonino Guerra e Federico Fellini

La nostalgia è un sentimento moderno racconta l’antropologo calabrese, perché nasce «con la modernità, con i contorni del rimpianto per il paradiso perduto e anche come coscienza polemica nei confronti dello spaesamento determinato dalla società moderna, mentre l’industrializzazione, l’urbanizzazione, l’esodo di grandi masse dalle campagne verso le città provocano l’erosione dell’antico mondo».

Un sentimento nobilitato dell’Ottocento da scrittori e poeti erranti, per necessità o per curiosità. La nostalgia è un sentimento europeo? ci chiediamo noi, visto che la parola con piccole varianti si trova nelle principali lingue di questa piccola, brulicante, penisola d’Asia.

A proposito di nostalgie orientali, qui in Romagna come non ripensare alle immagini, ai dialoghi, alle atmosfere di quel capolavoro che è Nostalghia del regista russo Andrej Tarkovskij, scritto a quattro mani con Tonino Guerra. Un poeta che, insieme a Federico Fellini, è stato anche capace di comporre un indimenticabile affresco cinematografico di questo sentimento: Amarcord. Un titolo, una parola romagnola, diventata un neologismo italiano («ricordo, rievocazione nostalgica […] del passato», si legge sul vocabolario online Treccani) e internazionale, al pari di ciao, spaghetti e pizza.

Al cinema, alla pittura e alla musica, alle melodie malinconiche sono dedicate molte pagine palpitanti di Teti, che che si concludono con l’attenta osservazione di un classico: Melanconia I di Dürer.

Il libro, nella sua complessità è una appassionante lettura innanzitutto per il sapiente intersecarsi di conoscenze altrui ed esperienze personali, di saggistica e diaristica. Vito Teti lo dichiara subito: «Sono nostalgico», precisando però che la nostalgia non è il sentimento degli anziani, ma «comincia da bambino, forse già appena nasci, quando abbandoni l’acqua dell’utero o quando ti stacchi dal seno della mamma».

La sua sarà poi nostalgia di un padre emigrato in Canada, della ruga della Cutura, la casa dei nonni materni, i volti «dei compagni di scuola che partivano a centinaia e anche di quell’altrove chiamato Toronto che era un doppio del mio paese d’origine (…) delle missive struggenti di Vincenzo che mi chiedeva notizie del paese, dei compagni, di me, dell’origano, dei profumi e dei colori».

Nostalgia del cibo

Ecco, le pagine dedicate alla nostalgia dei cibi sono pagine potenti ed evocative che parlano a tutti noi, a partire dalla struggente citazione di Sandro Onofri. «Mi hanno tirato su a pastasciutta e pane. Adesso cerco di mantenere al 48 la misura dei miei calzoni accontentandomi di verdure, olii dietetici e pane integrale».

Prosegue poi raccontando della sua profonda nostalgia alimentare, in controtendenza con la global cuisine imperante, di «panini o, come diciamo a Roma, di pagnottelle, consumate in fretta in qualche bar, o seduti su un muretto al sole, o meglio ancora appoggiati su un cofano di macchina, guardando la gente mentre vive».

La pagnottella romana è l’equivalente delle piada romagnola, l’azimo santo «che s’accompagna all’erbe agresti», che ieri mangiavo al sole, furtivamente, seduto sul ciglio di un marciapiede, di fianco alla bici, al cospetto dei titanici speroni di Perticara. Brevissima pausa di una lunga pedalata su strade semideserte, in cui la magnificenza del silenzio e delle fioriture sono il controcanto della natura alle cupe atmosfere pandemiche. Natura matrigna.

La maestra di Sant’Ermete

Se Vito Teti sceglie di concludere il suo libro con le parole antiche delle preghiere della sera in calabrese recitate dalla nonna e dalla madre, io scelgo una poesia di Raffaello Baldini che recito a memoria tutte le volte che ho nostalgia di mia nonna, 1938: «La mèstra ad Sant’Armàid / dal vólti, e’ dopmezdé, la s’céud tla cambra e la zénd una Giubek. / La n fomma. / Stuglèda sòura e’ let / la guèrda ch’ la s cunsomma. / U i pis l’udòur. / Dal vólti u i vén da pianz».

Ma «Adesso Musica… Musica… Musica… Oh madre… Oh madre… l’aria è quella cosa leggera che ti gira intorno alla testa e diventa più chiara quando ridi».

Parole poetiche, immagini tragiche quelle di Nostalghia; parole leggere, leggerissime, quelle della vita e delle sue nostalgie.

*Insegnante, marinaio, viaggiatore e scrittore; collabora con l’Osservatorio dei Balcani e il mensile “L’Indice dei libri del mese”. Il suo nuovo libro è in uscita ad aprile: “Isolario italiano. Storie, viaggi e fantasie”, Ediciclo

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